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Frammento di Archita

Volevo dirti molte cose.
La solitudine, il tormento, i dolori, le delusioni.
Spiegarti il mio brancolare nel labirinto dei giorni che fuggono, portandosi via brandelli di speranze, pezzi di sogni dimenticati e freddi.
Volevo, sedermi accanto a te sotto un acero, tra le foglie gialle come il sole d’autunno. E raccontarti ogni cosa, finalmente, di me, di quel che è stato. Di noi.
Però, appena ti ho visto, le parole, non le le ho più trovate, come se d’un tratto si fossero dissolte tutte. Appena ti ho visto, ho capito che, in fondo, non servivano neppure.
Ho capito che tu sapevi. Che nel silenzio del tuo sguardo c’era ogni comprensione e ogni pace che potessi desiderare.
Gli occhi piangevano la mia riconoscenza e ho fatto per buttarti le braccia al collo.
Ma mi sono svegliata.
Mi sono svegliata nel tempore delle coperte, quando il mattino sorgeva limpido fuori dei vetri. I vestiti della festa già ordinati e appesi all’anta dell’armadio, l’invito in bella mostra sulla specchiera.
Ma cosa dannazione vuoi che me ne faccia io del sole, del cielo, dei vestiti della festa? Cosa vuoi che ne freghi degli inviti? Cosa m’importa delle chiacchere degli altri, delle belle parole, sdolcinate come l'inutilità di una poesia d'amore?
Spaccarlo con un pugno questo cielo, uccidere la luce del mattino, bruciare tutti i vestiti e tutte le coperte che servono solo a non disperdere il tepore nella solitudine, ecco cosa vorrei fare! Soffocarla la poesia! Correre fuori, via, fuggire, in tutte le direzioni, rivoltando ogni dannato palmo che questo Destino infame ha voluto porre come un abisso tra me e te.
E trovarti finalmente.
Per trovare la certezza che non sono un fantasma.

inviata da: A.S., mercoledì 1 dicembre 2004

 

 

 

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