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Cavalli Alati

Amor mio,
E infine ho scritto così, come tanti, un modo convenzionale di chiamarti. Ma non c’è una parola più grande, più eccezionale, più folle strepitosa e luccicante, almeno non so inventarla. Sono qui davanti alla mia finestra, il verde del parco di fronte ha assunto un colore cangiante che scivola dal giallo all’arancio al rosso, mosse dal vento le ciglia degli eucalipti trascinano giochi di luci ed ombre sui vetri, ed io ti immagino qui, a celebrare insieme un altro rugginoso autunno. Un altro e un altro, come tutti quelli passati, come le estati fiere e le primavere sfacciate che ci hanno visto ridere e piangere e vivere, comunque insieme. Anche se eravamo lontani. Tanto tempo siamo stati lontani, la vita a volte è troppo severa, e senza chiedere il permesso ci ha dirottato a perderci negli occhi di qualcun altro, a cercare illusioni in un abbraccio diverso, a sussurrare nomi che non erano i nostri, accattivanti, promettenti, effimeri e fallaci. Nessuno di questi nomi ha tintinnato nelle nostre anime così come suonarono a festa i nostri nomi, quel giorno in cui ce li siamo scambiati quando qualcuno che non ricordo ci ha presentati. Quasi quarant’anni fa. Com’è possibile? E come può essere che, ancora, adesso, ci stupiamo dei nostri odori, come può accadere che ogni volta veniamo sopraffatti da forze misteriose che ci attraggono l’uno verso l’altra, che nulla, nulla è ovvio, noioso, stanco...Non abbiamo voluto offendere questo amore con il quotidiano, con una firma, con un deplorevole contratto, con un riconoscimento pubblico che mettesse in piazza qualcosa che non può essere venduto al mercato delle consuetudini. Semplicemente questo Amore è rimasto con noi, lo abbiamo cullato, conservato intatto, lo abbiamo protetto dai morsi dell’abitudine, non abbiamo permesso che somigliasse all’amore di qualcun altro, di tutti gli altri. Siamo amanti? Qualcuno direbbe così, non noi. Siamo amici? Non possiamo esserlo, non abbiamo bisogno di nomi, di menzioni, di qualifiche. Siamo noi, il senso della nostra reciproca appartenenza è qualcosa che sta dentro di noi, solido, indiscutibile, rassicurante, eccitante.
Ti osservavo l’altra sera, in controluce sull’abatjour, i tuoi occhi via via si sono fatti più grandi nel corso di questi anni, forse per poter contenere tutto quello che la vita ti ha mostrato, e le tue tenerissime rughe sembra portino ciascuna un pensiero, una preoccupazione, un dolore, una saggezza. Anch’io, in tutto questo tempo, ho dimenticato da qualche parte i miei capelli biondi, il lucido arrogante della giovinezza, le certezze ostinate dei miei sogni di ragazzina, ma come per te, nessuno ha potuto spegnere nei miei occhi il guizzo malizioso, mordente, caldo e sottile di un amore che ci ha sempre accompagnato. E’ una favola, questa? Non siamo in questo tempo, in questo mondo, fra la gente? Sarà giusto vivere in questo sogno, in questa nostra esclusiva mitologia? Eppure ogni volta che abbiamo potuto strappare un momento abbiamo sempre avuto la meravigliosa sensazione di scambiarci un sottile traboccante supplizio, identico per entrambi. Ogni volta abbiamo immaginato di cavalcare Cavalli Alati, di volare al di sopra delle cose, al di sopra del tempo, senza sapere quando sarebbe stata possibile la prossima nuova e sconosciuta avventura. Non ho mai voluto dividere tutti i giorni con te, non hai mai voluto chiedermi una scelta, non abbiamo mai permesso che l’Amore fosse avvilito dalle cose terrene. Sarà un nostro limite? Saranno gli inconfutabili segni di una sotterranea codardia? Forse, ma non importa, il premio è stato sfarzoso.
Ancora, passa a prendermi, stasera, coi tuoi Cavalli Alati. Io scenderò, ragazza vestita di rosso, accesa del mio sorriso più bello, pettinata d’oro zecchino, e mani di seta avrò per carezzarti piano...Portami incontro al vento, a cercare Chimere, e canta anche tu, ragazzo, uno struggente canto d’amore. Vedrai, i tuoi capelli grigi, bruni ancora si faranno, la tua mano incerta, ragazzo, forte si farà, e forse gli occhi si scambieranno il velluto perfetto di una lontanissima sera. Passa a prendermi, e segna sull’asfalto lucido le impronte durissime di questo lungo viaggio...Discreti, i tuoi Cavalli Alati masticheranno l’erba fresca della notte, e pazienti, ascolteranno ancora e ancora scivolare piano le parole immutabili del primo appuntamento. Ecco, sotto la mia finestra, ragazzo, Cavalli Alati, ed io non scenderò ancora. Un poco, amor mio, mi farò aspettare...

inviata da: MariaGiovanna, domenica 12 dicembre 2004

 

 

 

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