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Pashran

Sapeva, Pashran, che quella giornata non era indicata dai venti e dalle fioriture degli alberi come la migliore per le cose che richiedono il favore degli Dei; non poteva immaginare però che quel ripido pendio che lo portava da Lei, su quel sentiero così scosceso e sdrucciolevole che si poteva percorrere solo con l’ aiuto delle mani tese a far presa sugli arbusti, si sarebbe trovato a patire vergogna e disappunto insieme.

Mentre era intento ad arrampicarsi, infatti, preso dalla ansia di salire e quindi di avvicinarsi a Lei, paradossalmente perse la presa sul mondo reale, immerso nel sogno di averLa trascurò di provare a raggiungere la superficie, dove forse poteva avvicinarLa davvero; preso nello sforzo che richiedeva afferarsi a tutto ciò che spuntava dalle rocce, quasi sempre radici polverose, tirò con violenza una di esse e sì, proprio una secca radice nella terra, lo tradì, cedette lo lasciò precipitare all’ indietro . .

Rotolava sul dorso, si feriva sui sassi acuminati, vedeva sfuggire i piccoli traguardi che credeva di aver raggiunto nell’arrampicata dei giorni precedenti e invaso dal dolore pensò alle parole che dall’alto lo avrebbero raggiunto, anche senza suono, anche senza voce; come un pellegrino giunto alle porte dell’acropoli, e rovinosamente caduto all’indietro, già vedeva che quella luce, quell’azzurro, quei fini rivoli d’oro, quella specchiata distesa di dune del corpo di Lei si perdevano di nuovo all’ orizzonte . . .

inviata da: Andrea, domenica 19 giugno 2005

 

 

 

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