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inquieta


E così siamo di nuovo io e te, io da un lato, tu dall’altro, io che scrivo, tu che leggi, lontani. Queste sono le parole che non ti ho mai detto, o forse che ti ho detto, ma che non hai voluto o saputo ascoltare, adesso io le ripeto ancora una volta, ma soltanto per me stessa, ora che sono in piedi e che ti vedo così come sei, ora che mi sono rialzata e che ti guardo negli occhi, dopo che mi hai spinto, mi hai calpestato, mi hai usato, ora che non puoi fare più nulla, voglio che tu le ascolti.

Né dubbi né incertezze, non si inizia un nuovo anno guardando indietro, verso qualcosa a cui non hai neanche mai voluto dare un nome. Parole, parole…
Quanto siamo diversi noi due. Ogni gesto, ogni cosa che dico, che faccio, io ci credo, per me ha un senso, un significato. Sono stata sincera con te, vera. Che cosa cercavo? Forse non lo so neppure io... so soltanto che non l’ho trovato. Dove mi porti non l'ho mai saputo. Non sei mai riuscito a dirmelo. E devo sempre sapere dove sto andando, con chi, per quale motivo.
Sono stanca di equivoci e incomprensioni, monologhi, mezze verità, domande senza risposta.
Stanca anche di spiegare cose che sono convinta tu sappia.

Immagini, sensazioni, attimi. Penso di averti dato qualcosa in questi mesi di alti e bassi.
Di avere sciolto un po’ di nodi, difficoltà, problemi. Ero piena di lividi, ma non pentita. Ti sono stata vicina, anche se forse non te ne sei mai accorto oppure non l'hai apprezzato. Ho cercato di capirti... e magari ti ho compreso anche più di quanto tu non creda, io ci ho provato.
Ma tu dov’eri? Nel frattempo sono cresciuta, cambiata e sono tante le cose che oggi vedo sotto una luce diversa.
Di una, in particolare, non ti perdono.

Per avermi considerata così futile da non meritarmi neanche una spiegazione. La parola fine è entrata nella tua testa ma non è mai uscita dalla tua bocca.

E quando io,
io indifesa,
io ferita,
io sola,
io incazzata,
ti ho chiesto di parlarmi, di dirmi qualcosa, qualsiasi cosa pur di mettere da parte l’indifferenza, tu che cosa ha fatto per me?
Niente. Non una parola. Non un chiarimento. Ti sei chiamato fuori scappando e dandomi le spalle. Hai preso la via più breve, come sempre, e anche la più sbagliata.
Agendo in questo modo sei riuscito con un solo gesto a farmi perdere tutta la considerazione e la stima che avevo in te, nonostante tutto. Hai gettato con troppa fretta qualcosa che è veramente difficile arrivare a suscitare nelle persone, lasciami dire che è stato un errore.
E continui nel silenzio, lasciando correre, facendo sì che gli altri decidano per te.
Ti sarebbero bastati cinque minuti per dire no, per mettere un punto, per dire basta. Per venirne fuori a testa alta, con dignità, ne sarebbe stato capace chiunque, ma non tu. Eppure lo sapevi com'ero fatta, lo sapevi di essere per me diverso da tutti gli altri, eri importante. Com’è possibile? Dopo tutto quello che ti ho dato io neanche cinque fottutissimi minuti mi hai concesso.
Così hai lasciato che piangessi, che non capissi. Anche per questo io non ti cercherò mai più. Rispetto.

E ora dimmi che sei stato giusto, dimmi che sei stato corretto, dimmi che per un momento mi hai voluto bene, dimmelo. Corri a dirmelo.
Vorrei poterti guardare negli occhi adesso.
E invece non mi dirai niente, so come sei fatto.

Alla fine hanno vinto gli altri.
E le paure, le angosce, i sensi di colpa.
Noi perdiamo.

In fondo mi sei sempre mancato, anche quando pensavo di averti.

inviata da: Cassandra, domenica 8 gennaio 2006

 

 

 

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