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Il ritratto di Angie

Parte I



“ No sleep,
No sleep until I'm done with finding the answer!
Won't stop,
Won't stop before I find the cure for this cancer! ”

…Queste parole Andrea gridava al cielo; lo faceva con una certa volontà d’animo da disperdere tutto il fiato nel vuoto assoluto, con tale forza da farsi capace in qualche modo di poter mutare il tempo e gli eventi meteorologici. Era in piena bramosia di una vendetta antica, ed esalava la sua eco fra le nuvole in atto di ribellione; cadevano, con le gocce d’acqua, un non so che di aggiunto, ingiurie o sensi di colpa. Pioveva in quella notte di fine estate, pioveva e non sembrava dovesse smettere; le stelle erano ormai state inghiottite dai nembi oscuri. Egli ripeteva le stesse parole, le uniche incise nel suo apparato vocale, e lo faceva sempre più con tono minore, fino a divenire un colloquio con se stesso, come se nel suo intimo risiedesse il suo male e si interrogava; suonava come un sussurro in perfetta sintonia con la monotonia della pioggia.
Andrea, era un giovane di ventiquattro anni, fino ad un anno prima godeva di una beatitudine immensa, e viveva nella grazia della gente essendo una persona solare e di modi gentili, aveva una ragazza bellissima al suo fianco che l’amava, e gli bastava questo a riempire la sua giornata, aveva anche un buon lavoro ed era invidiato da tutti. Ma da quando fu lasciato dalla sua ragazza, una serie di avvenimenti minarono la sua felicità, contaminando oltre modo il suo comportamento, perse il lavoro, e gli amici più cari non gli furono vicini nei momenti tristi. Tutto voltò al peggio.
Il giovane in quella notte vagava solitario per le vie semibuie della piccola cittadina, e nonostante la pioggia incedeva stanco senza alcuna voglia di affrettare il passo, godeva direi di quell’atmosfera cupa e si sentiva a suo agio poiché rifletteva la sua anima. Il suo cammino non era solo verso casa, ma anche per una meta non precisata nel suo interno, e proseguiva lentamente per non perdersi niente dell’immaginario viaggio che stava percorrendo, nessun particolare gli doveva passare inosservato, i muri delle case, le vetrine dei negozi, le strade deserte, i lampioni, i viali alberati del corso; e ogni cosa che vedeva in un punto qualsiasi della città, si accendeva in lui la luce di un ricordo che si ramificava nella sua mente fino a prenderne l’intero possesso.
Andrea riviveva quei momenti trascorsi; quasi sorrideva in memoria di un ricordo piacevole, che subitamente diventava triste all’unisono con il suo pensare, immaginare, e realizzare. Egli restava senza espressione, con un’aria ineffabile, perpetuando nella sua mente tutto ciò che vedeva e che dava ragione di pensare, e mandava avanti questo gioco perverso di tramutare le gioie della sua vita passata in rabbia e dolore; coglieva la rosa stringendo fortemente la spina, o come se venisse ferito dal dolce taglio di una lama sottilissima, non se ne avvedeva, ma intanto sanguinava.
Il giovane uomo vedeva ora una moltitudine di gente, ed ogni individuo tracciava il suo percorso nello scenario, ognuno con un ruolo e una parte da recitare; lui conosceva l’inizio e la fine di ogni scena. Ascoltava le voci unite nel brusio e distingueva i dialoghi che più gli appartenevano, quelli già udite un tempo essendo presente in quelle situazioni.
Egli non era visibile nei suoi ricordi, però arrivava a percepire la sua potenziale presenza in ogni dove, segnata da un vuoto indicibile. I suoi amici passeggiavano in schiera sul corso come nella sua prima giovinezza; loro ridevano e scherzavano a suon di frasi ironiche e schiamazzi grotteschi proprio come un tempo, mentre nel centro erano divisi in due gruppi da quel vuoto dove soleva Andrea posizionarsi nelle interminabili passeggiate, protetto dal calore dei suoi più fidati amici. Lui ora li incrociava come un estraneo.
Subito dopo realizzò che i suoi amici l’avevano tradito, così abbandonò sul nascere un abbozzo di sorriso, nascondendo il luccicore dei suoi denti.
Rifiorivano invece i sorrisi delle ragazzine quando lo notavano compiacenti, che lo riempivano di lusinghe impertinenti in seguito al suo passaggio, e lui come allora che si rinfrancava e proseguiva per la sua strada senza distogliere lo sguardo, in perfetta indifferenza. Poi ritornò nel periodo prima della sua drastica dieta e del suo nuovo stile di vita, quando quelle stesse ragazzine lo ignoravano senza degnarlo di un minimo sguardo, e, anzi, lo deridevano.
Proseguiva intanto per la sua strada, e con essa, anche con i ricordi, a ritroso nella sua vita, fino a toccare la sua infanzia, in quei momenti di coccole da parte dei suoi genitori e i parenti più vicini, lungo il corso, quando le sue affermazioni buffe da ragazzino vispo e vivace riempivano le bocche dei suoi cari di un riso affettuoso. Quando esibiva fiero la sua eccellente pagella elementare. Ma presto le pagelle divenivano mediocri col disappunto dei famigliari, o il pianto capriccioso dovuto ad un giocattolo mancato alla festa del paese.
In alcuni momenti, negli intermezzi dei vari ricordi, per le vie della città scorgeva una sagoma muliebre in forma eterea. Egli riconosceva bene quella figura, riuscirebbe a dare un’identità certa all’istante di quella visione come chi è perseguitato da qualcosa per tutta la vita, e, al tempo stesso, la spegneva nella sua mente; incendiava la fiamma della candela e la faceva morire al suo soffio. Ogni ricordo in lui era posseduto da quell’ombra, ogni suo pensiero portava inevitabilmente a lei, e, per quanto fosse bella nelle fattezze, lui volgeva lo sguardo altrove, chiudeva gli occhi intento a cacciare il fantasma. In ogni momento della giornata si trovava in compagnia di quell’essere che insidiava i suoi pensieri e ogni volta faceva di tutto per divincolarsi dal legame sottile che gli univa, ma senza esito; la sua mente e il suo ricordo prendevano di continuo il sopravvento su di egli. Ancora lei, sempre lei, or di qua, or di là, dietro un angolo nel tentargli un bacio, su una panchina seduta che lo attendeva; preso dall’ossessione alfine, l’essere prendeva sostanza incarnandosi, e lui che si imbatteva contro la solidità della sua immaginazione, puntualmente schivandone il contatto. Ma non poté nulla nel momento in cui captò il suo profumo nell’aria a dispetto dell’olezzante pioggia di quella notte. Lei si era spruzzata addosso la stessa quantità di gocce di Arrogance che scendevano dal cielo affinché lo dominò del tutto, e con egli, tutta la città.
All’apice dei suoi ricordi, giunse davanti casa sua, raggiungendo l’una e l’altra meta. Tirò fuori da una tasca le chiavi e si accingeva a infilarla nella serratura, quando, al contatto del ferro con l’ottone, il buio totale scese sulla piccola cittadina. Due forze negative, di pari potenza e intensità, si annullarono a vicenda; blackout.
Venne il giorno, fu di nuovo luce. Andrea era sdraiato sul divano nella sua stanza, ancora completamente vestito, dove si era addormentato nella cecità della notte. Le serrande della finestra semiaperta erano alte e facevano entrare la luce di uno splendido sole che richiamava una profonda antitesi per quella che era stata la notte trascorsa. Il giovane uomo aprì gli occhi alla nuova alba svegliato dalle grida di un banditore che passava come ogni mattina fra le vie del quartiere. La luce del giorno l’accecava e l’alienava nel risveglio da quel mondo apparentemente nuovo, non riuscendo a discernere la dicotomia fra la notte precedente e il nuovo giorno.
Era solo in casa, la madre uscita fuori per le compere quotidiane, il piccolo Simone sui banchi di scuola. La stanza, contrariamente a come lui ricordava, era in perfetto ordine. Nel suo disordine mentale invece tutto ciò che gli era intorno ora gli appariva con un aspetto diverso, come non l’aveva mai visto; tutto per lui era una novità. Era incantato nel vedere le forme e i colori della stanza che si davano corpo come il realizzarsi di un sogno mai avvenuto. Lo stile arcaico dell’arredamento accentuò ancor più il contrasto del suo risveglio aggiungendo la componente temporale.
Egli vide il lungo tavolo al centro della stanza adorno dalle alte sedie, in perfetta simmetria fra loro, come in attesa del banchetto reale, osservò ogni particolare; si era soffermato sulle finissime lavorazioni intagliate nel legno di quei simil troni, poi ancora i vari ricami sui cuscini degli schienali degli stessi. Sul tavolo vi era un centrino in pizzo bianco con ad un’estremità il posacenere di cristallo, ancora limpido poiché non aveva mai contenuto nessuna presenza cinerea, al centro di esso invece veniva sostenuto la pesantezza di un vaso, anch’esso di cristallo, con dentro, insolitamente, alcune rose bianche, che solo a vederle dava la netta sensazione della loro sublime fragranza. Da un lato della stanza si ergeva l’alto mobile con le vetrine in cui sono esposte le porcellane e la cristalleria, e tutte le miniature dei liquori classici italiani ed esteri; al lato opposto invece c’era il mobile basso con l’ampia vetrata al di sopra. Ancora una volta Andrea mostrò una certa attitudine a esaminare i particolari, puntò il fuoco della sua vista sulle chiavi bronzee dello sportello del mobile, e più volte aprì nella sua mente gli sportelli, e più volte scoprì il suo interno adempio ai ricami di un tempo da tramandare al prossimo virgulto che si sarebbe impegnato a nozze. Poi pose l’attenzione sulla cornice della grande vetrata, alle foglie scolpite nel legno che davano l’apparenza al tutto come la visione di uno specchio dorato di un lago; un’oasi dispersa nei meandri della sua mente. Ad un angolo vi era un piccolo mobile portante la televisione, il cui nero dello schermo offriva il riflesso inanimato della stanza, nell’altro angolo della stanza dimorava invece l’orologio a pendolo con le sue lancette ferme ormai da anni sulle 05:05, anche se a volte, senza alcuna spiegazione, suonava il suo rintocco a scandire un’ora qualsiasi del giorno non segnata nel cerchio del tempo; altresì senza una ragione, nelle rare occasioni nel quale accadeva l’inesplicabile fenomeno, il giovane decideva di riprendere un lavoro lasciato in sospeso; quell’ora suonata per lui credo fosse ispirante, l’ora diletta. Nel cielo della stanza vi era sospeso il lampadario, fatto di braccia metalliche dorate montanti alcune finte candele, simili in tutto se non fosse che bruciavano di corrente elettrica, ma che donavano, bensì spente, un certo calore sensitivo e benevolo alla vista di Andrea. Dall’alto al basso discendevano piccole catene sempre del solito cristallo legate da un filo di ferro dorato, con altri cristalli sferici che pendevano dalle candele; una cascata di diamanti si mescevano nel fiume dei suoi pensieri.
Ogni cosa gli appariva più bella, tutto aveva un qualcosa di artistico; a tratti sembrava la scenografia di un film, per altri versi le considerava come immagini non reali ma opera del pennello appartenente al genio del Raffaello, capace nella sua arte di far vivere la tela, o ancora si riteneva dormiente in quanto ciò che vedeva non era che l’effetto di un sogno.
Questa giornata Andrea doveva viverla, voleva fortemente viverla, così decise di levarsi dal sonno e di scrollarsi di dosso la notte errante.
Andò verso le tende della finestra e le aprì a guisa di sipario. Un’occhiata al di fuori per accertarsi di quanto fosse bello il mattino soleggiato, notò che la pioggia caduta era ormai prosciugata, dove era scaduto il suo tempo terreno e risalita di nuovo al cielo, se non per qualche pozzanghera nei pressi dei marciapiedi sfuggite al viavai delle macchine.
Nel volgersi verso l’interno si ritrovò a seguire un raggio di sole segnato dal pulviscolo. Nelle prime ore del mattino, i raggi del sole entravano dalla finestra con una certa longitudine, quasi orizzontali. Il raggio gli appariva come una scia da seguire, uno di quelli che, dopo aver deliziosamente ondeggiato fra le nuvole appena visibili nel cielo e accuratamente schivato ogni spigolo della città, quasi guidata da una forza divina oserei dire, giungeva finalmente alla sua meta, destinato a posarsi dolcemente sulla superficie diafana di un ritratto appeso nella stanza. Trattasi di una foto che un tempo, nella vita passata del giovane, simboleggiava tutto quello che era la felicità di un essere umano, ormai perduta; riuniva in sé le cose belle del mondo adagiate sul piccolo rettangolo lucido, ormai dissolte; in essa risiedeva la purezza, la suprema idealizzazione del più nobile dei sentimenti, ormai dimora dell’oblio; lo stato più intimo di un amore che doveva durare per sempre, ormai finito. E sovrastava ancora come un tempo, specchiandosi nell’ampia vetrata bissando il suo essere incontaminato sempre pallido; altri quadri minori stavano nei pressi, ma senza alcuna pretesa visiva. La sua visuale era stata rapita da quella foto, e i suoi occhi erano stretti e iperscrutabili cercando di fare mente locale. La memoria di colpo gli tornò a qualche giorno addietro, negli attimi delle lacrime e di quella confessione.
- L’ho fatto. Cosa credevi?...
Quella donna parlò con una certa leggerezza di spirito e sillabò quelle pugnalate direttamente nel cuore di Andrea. Dopo alcuni istanti di riflessione miste di paura, egli rispose tremando, preso da un singulto amaro:
- Avevo chiuso mille porte a te, quest’ultima la chiudo e getto via la chiave.
A quelle poche parole di rammarico la giovane donna ebbe una reazione improvvisa e l’abbracciò. Con tono supplichevole poi si rivolse a lui:
- Ora ti ho perso per sempre, vero?
- Ora non riuscirei più ad amarti. - Rispose egli con tono severo.
La giovane donna per la prima volta nella sua vita non si era riflessa nei suoi occhi e si sentì perduta. Ad un tratto però volle fantasticare e si fece penetrare dai momenti vissuti insieme nella città degli studi, di quando l’amore, quello vero, albergava nel suo corpo, e il suo cuore riprese a battere degli stessi palpiti di un tempo. I suoi occhi divennero cerosi e nelle sue pupille fiammeggiava un insolito dolore di rimpianto che fece fondere la densità dei suoi pensieri. Pianse per attimi interminabili.
Dopo essersi asciugata lievemente il pianto con una mano, si bagnò le labbra con la lingua miscelando lacrime e saliva; la donna pareva un cucciolo indifeso che si leccava le ferite. Tuttavia aveva assunto, con quel gesto ingenuo, un’aria assai sensuale che fece vibrare le carni dell’uomo, ed ella, presa in proposito, si lanciò in un bacio, intenta quasi a scardinare quell’ultima porta chiusasi poc’anzi; carpe diem! Sembrava volesse con quel bacio far giungere la sua linfa fino nel profondo del suo cuore per innescare e fare esplodere di nuovo l’amore. Il bacio voleva assumere le sembianze di una sfida, una vera e propria prova d’amore. Ma nella circostanza, quell’intimo contatto labiale aveva solo l’apparenza di un bacio amoroso, fu come un morso nella polpa di un frutto non ancora maturo, in cui si saggia la dolcezza della sua estetica in cambio dell’amaro in bocca. Un bacio di due amanti lontani.
La donna, in quel momento, aveva ancora i segni delle lacrime cristallizzate sul suo candido viso, appariva in tutto e per tutto ad una bambola di porcellana, bella e senz’anima. Le tracce lasciate dalle lacrime avevano profondamente segnato il viso della ragazza portando via con sé i residui del trucco, ed egli, nel vedere quei solchi nerastri sulle sue gote, ebbe quasi un senso di ribrezzo, immaginava fossero i segni del peccato di ella che le scivolavano dagli occhi, e rabbrividiva.
Andrea scolpì l’immagine della donna in lacrime nella sua mente e la portò nella stanza nel confronto con la donna della foto; si divertiva adesso a sovrapporre l’immagine dell’una sull’altra e viceversa, creando, nella prevalenza delle due sinergie visive, un vortice di piacere e dolore. Ebbe un senso di vuoto poi nel fermare le due immagini dall’intreccio visuale, ottenendone una terza immagine inedita, frutto della fusione in una delle altre due.
La nuova figura aveva il soggetto in sé della foto in origine ma con lo sfondo scuro di una notte in tempesta, di una tale oscurità da figurare una profondità nel muro, dove aveva cancellato del tutto il primo ambiente ceruleo sottostante.
Non volle più pensarci così mise a suonare un disco nello stereo. Si sedette con un’insolita stanchezza su una delle sei sedie disponibili, dirimpetto alla fonte musicale, come per essere travolto dalle onde sonore.
Distingueva appena la colonnina nera dello stereo che suonava incessantemente, anche se vi era un forte contrasto cromatico con le pareti bianchissime delle mura come una goccia di caffè tuffatasi nel latte, ma si mesceva così bene con la parete da mostrarsi un tutt’uno.
La musica era una specie di ispirazione vitale per Andrea, lo trascinava in posti beati plasmando intorno a lui un certo esotismo, i suoi sensi venivano ammaliati come dal canto sublime di una sirena e lo alienava da tutti a da tutto, lo faceva sentire veramente libero.
Il laser ottico era pronto a leggere le tracce, quasi in presa diretta con la sua mente: si passò ad una breve selezione dei brani. Qualcuno troppo frivolo veniva scartato in partenza, per altri si optava per l’ascolto delle prime note, le più familiari, intrapreso il ritmo poi lo si cambiava. Alcune canzoni volarono via, ognuna con il suo particolare stato d’animo, per ogni canzone vi era un ricordo legato nell’intrico dei suoi pensieri, che nello scorrere frenetico e libero egli, ritrovava il giusto filo che lo conduceva al capo, all’origine di tutto, alla notte dei tempi, e da esso ripartiva per altre direzioni parallele che lo portavano ad altri giorni vissuti, o chissà, ancora da vivere. Mille e più canzoni suonarono quel giorno, oppure la canzone era solo una ma con molteplici temi melodici intrappolati in una finissima rete di una trama.
Ma ecco che, ad un tratto, sulla giusta frequenza, il suono alle orecchie del giovane si rese limpido improvvisamente, toccando rare note per intensità e potenza, pari al tuono che sorprende colui che non si avvede del lampo, tanto da far vibrare le corde del suo strumento mentale e, il tempo appena di comprendere la melodia, il laser confisse la sua spada luminosa nella spirale del disco; la sua canzone consueta ritornò a suonare.
Era una melodia melanconica, di effetti subitanei in quanto a dissuadere ciecamente i suoi pensieri e perdersi, corpo e anima, in un abisso senza fine, e la faceva capitare sempre nel bel mezzo della suo coinvolgimento musicale, quando, dopo alcune canzoni di preliminari, raggiungeva l’orgasmo sonoro. Si chiuse dentro nella sua stanza e iniziò a danzare.
Rimase solo in quella gabbia di calce e mattoni, in quel labirinto dove erravano ebbri i suoi pensieri, smarriti, e avvenivano come sempre le sue confessioni più intime; essa diveniva la sua trappola di legno e cristallo, e lui al suo interno volteggiava come un forsennato.
Andrea, ogni giorno metteva a suonare un disco nell’intendo chimerico di sfuggire alla vicissitudini della sua vita trascorsa, e, stranamente, negli ultimi tempi, più i giorni passavano, più non si riconosceva in quella che era la sua vita un tempo, provocando una sorta di ipertrofia nella sua memoria; aveva quasi il pieno controllo dei suoi mezzi mentali e riusciva a gestire i suoi ricordi e ad eliminare quelli che gli davano tedio. Arrivò al punto di identificarsi a stento come il soggetto delle scene che gli passavano nella mente, e si chiedeva se fosse stato veramente lui l’autore dei suoi gesti, l’uomo triste che piangeva lacrime vane. Di tanto in tanto persino rideva di sé nel contemplarsi, quasi in onore della sua vita passata, rivivendo quelle situazioni, quei momenti, quelle sensazioni così irreali ora per lui. Il tempo stava divorando i suoi ricordi.
Tuttavia non poteva fare a meno di osservare la foto nel muro, l’altarino del piacere e del dolore. Era diventato per lui come un affresco in una cappella, l’effige di una Madonna, un qualcosa di sacro da rispettare e adulare. Nei vari giorni, dopo la dolorosa confessione, forse trasportato dalla musica, o per qualche scherzo visivo in seguito a dei giochi di luce, vedeva affacciarsi nel quadro una mano scura che cingeva il corpo della giovane donna, e constatava che di volta in volta il soggetto in questione assumeva vari stati d’animo. A volte la vedeva felice nella sua cornice mentre veniva sfidato dai suoi occhi lucenti, orgogliosa della sua beatitudine, e poi con un piglio severo lo commiserava; lui piuttosto vagava lo sguardo altrove per non essere partecipe di quell’aria di soddisfazione e vittoria. Altre volte la donna gli appariva che piangeva e cercava di divincolarsi dalle mani che la opprimevano, osservava tutta la sua dolce fragilità e incapacità di reagire; ella lo incrociava con uno sguardo deplorevole invocando l’aiuto del giovane, alché, successivamente, le porgeva la sua mano.
Ma ciò che accadeva più spesso, era di vedere la donna della foto che si faceva scivolare addosso quelle mani livide su tutta la lunghezza del corpo, che, nel lurido contatto, le permanevano sulla pelle i segni di un tumore dilagante. La vedeva posseduta pienamente dall’ombra, e fissava gli occhi di lei fiammeggianti di passione e lussuria. A tratti appariva del tutto l’essere oscuro che prendeva il pieno possesso del rettangolo lasciando all’immaginazione il compito di svelare cosa accadesse nell’oscurità.
Andrea, nell’osservare quell’ambiguo amplesso nel potenziale esercizio sessuale dei due corpi, gli tornava in mente una frase del D’Annunzio nel “ Piacere ”: diu saepe fortiter! Ne risentiva molto dell’immaginazione passionale della donna della foto con un altro uomo, e continuava a ripetersi quella frase accrescendo la sua sofferenza. Soffriva a tal punto che nel suo delirio visivo vedeva persino uscire dalla cornice i due esseri - l’ombra e la luce - che seguitavano la scena dell’amore per tutta la stanza; sul lungo tavolo, sui simil troni, sul mobile basso, sul divano-letto, negli stessi posti dove anch’egli l’aveva posseduta. Udiva costantemente anche i suoi gemiti che echeggiavano nella stanza fino a far tremare i cristalli, che, percossi da quei suoni, formavano nel loro interno una condensa fumida. Soprattutto, non poteva far meno di guardare la scena che gli permaneva nella visuale provando un’insana voluttà nel farlo, mentre inorridiva.
Un giorno cadde a terra affannato dalle visioni, e piangendo di un pianto insostenibile, con voce sommessa e vendicativa, sospirò:
- Io devo estinguere questo cancro!


Parte II




“ Cry, cry when there's something to cry about.
Cry, cry baby but don't drown in sadness.
It's madness.
Don't ask me to explain.
Don't take away the pain.
It's impossible to save me.
It's madness.”

Andrea negli ultimi mesi stava mandando avanti un solo progetto: ritrovare l’amore perduto, Angie. Non poteva, né voleva riconquistarla la donna del ritratto; ella doveva rimanere nella sua cornice, immobile e immutabile nel suo passato, l’icona dell’amore. Tuttavia era alla ricerca di tutto quello che rendeva unico il loro rapporto, anche se, sapeva di non poterlo trovare in un’altra donna poiché Angie era un esemplare unico nella sua specie; egli nella sua utopia, volle ricongiungerlo attraverso più donne, in quello che era un disegno diabolico tracciato dalla sua mente corrotta dal cinismo.
Angie era una giovane donna da poco superati i ventitre anni, nelle sue fattezze appariva bellissima, di una bellezza che non aveva eguali agli occhi di Andrea, racchiudeva nel suo essere l’intero universo femminile, e ogni parte del suo corpo corrispondeva ai tasselli di un mosaico divino scelti fra le membra più belle delle donne più belle, era altresì in possesso dell’influsso ammaliante di Afrodite a cui ne seguivano le gesta. Una Dea incarnatasi in una donna, e nessun essere al mondo poteva minimamente sfidare la sua bellezza.
Ella aveva una sola pecca: dispensava di più anime, di vari stati di umore cangianti anche più volte in un solo giorno, meteopatica e variabile a condizioni del vento. La giovane donna seguiva con fin troppa facilità le fasi lunari, mostrando entrambe le facce di una luna senza veli, ed era solita girare nelle vari direzioni dei suoi stati d’animo senza alcun patema, non curandosi delle persone che le stavano vicino ad ascoltarla, sorprendendole. Direi pure che dotava di una personalità camaleontica in quanto lei mutava in base alla persona a cui volesse bene, subendone una grandissima influenza nelle sue scelte di ogni giorno, per tutta la vita. Era una girandola di sentimenti controversi avendo in sé un moto repentino e costante quasi alla ricerca di una giusta posizione di equilibrio mentale; ella non si fermava mai. Tutto ciò, faceva in modo che risultasse agli occhi della gente come una donna dolce e ingenua, fredda e arrogante, allegra e solare, casta e pura, perversa e ribelle; ma nessuno la conosceva come l’aveva conosciuta Andrea, nessuno aveva scavato così in fondo.
Ognuna di queste tipologie caratteriali ora per egli avevano un nome, e ogni nome una donna: Antonella, Natasha, Gaia, Irene, Erica. E manteneva con ciascuna di esse una relazione amorosa seriamente propenso alla durata e alla fedeltà nell’infedeltà per ognuna, nondimeno le aveva promesso l’amore eterno in cambio del loro corpo, nella giusta mercede dell’anima per Lucifero.
Le amanti del giovane per giunta provavano un amore profondo nei suoi confronti, ritenendolo una persona adorabile e degna di fiducia, avrebbero fatto qualsiasi cosa in nome suo come dimostrazione del loro sentimento, nutrendo una forte adulazione; ignare, ovviamente, del suo cattivo gioco.
Andrea assumeva per ogni donna, un atteggiamento, un modo di fare, una personalità del tutto diversi fra loro, nonché per ognuna vi era uno stile di abbigliamento che lo rendeva simile alla ragazza con cui usciva, ideava persino i suoi colloqui in base alla situazione i cui si sarebbe trovato. Aveva programmato i vari appuntamenti con le donne dando prova di una meticolosità unica, per ciascuna aveva un orario, un luogo d’incontro, un itinerario preciso per lo svolgersi della serata, ed un limite da non valicare per non incappare nei pettegolezzi della gente, dove, nei piccoli centri urbani, la voce gira assai veloce, anche più dei fatti stessi. Egli era l’attore, lo sceneggiatore e il regista di ogni storia.
Ma col passare del tempo, l’assurdo rapporto amoroso stava per avere dei risvolti, qualcosa negli schemi, nelle mappe, nelle recite da egli stesso creati non gli stavano dando più soddisfazione, il diletto iniziale stava inevitabilmente facendosi troppo lontano.
Erica era una ragazza di venticinque anni col tipico atteggiamento da femme fatal, l'aveva conosciuta in uno di suoi raduni a base di alcol e fumo con la musica hard rock che faceva da padrona. Ella fin da adolescente era sempre stata avvezza collezionista di uomini, un po’ per gioco, un po’ per sfida, riusciva ad ottenere qualsiasi consenso maschile, inducendoli ad amare e vederli pazzi d’amore per lei, dopodiché li lasciava. Diventavano per ella, in seguito all’innamoramento, persone vuote, inutili, malate, nel quale la malattia si chiamava amore, e, quasi per paura di un contagio, evitava il rapporto esistente per inseguirne uno nuovo, conoscere altri uomini, di svariata età e condizione sociale, spensierati, sani.
Le sue belle fattezze le avevano permesso la conoscenza di moltissimi amanti, e Andrea, probabilmente era uno dei tanti; almeno così egli pensava. Per tanto arrivò alla soluzione che lui non poteva permettersi di soffrire ancora per causa di una donna, e perdere anche solo un quinto di quel rapporto che stava vivendo, per egli significava generare una lacuna nell’Amore, e avrebbe spezzato l’equilibrio che si era venuto a creare; per questo decise di troncare la storia prima che lo facesse lei.
Chiamò Erica e fissò un appuntamento nello stesso posto alla solita ora di sempre.
- E’ bello tutto credimi, i nostri interessi comuni, il nostro modo di vedere le cose, le nostre trasgressioni, ma tu mi fai paura e… dovrò lasciarti.
Egli proferì quelle parole nella parte di uomo addolorato che doveva far di tutto per non infliggere una non troppo dura punizione nei suoi confronti, pienamente immedesimato nella controparte e in quello che era stato il congedo di Angie da sé medesimo.
Erica invece, dopo un primo momento di nonchalance, iniziò a riflettere ed asserirsi. Si trovava ora in una situazione nuova per lei, non era mai stata lasciata da un ragazzo, questa volta non aveva il coltello dalla parte del manico, non conduceva lei il gioco, e provò, in graduale rialzo, un senso ideale di dolore sentimentale che eguagliava per intensità la somma di tutto il male provato dai suoi vecchi amanti nel momento del distacco.
Ad un tratto trovò le parole ed esplose:
- Tu non puoi farmi questo, non lo merito! Per la prima volta mi ritrovo ad amare qualcuno, amare sul serio intendo come non l’ho mai fatto… se per la prima volta io riesco a provare quello che i poeti chiamano Amore… tu non puoi farmi questo!
Egli rispose:
- Ti assicuro che non c’è una ragione, non fartene una colpa, riuscirai a trovare qualcuno migliore di me.
Dal canto suo ella:
- Esiste qualcosa al mondo migliore dell’Amore?
Ella scoppiò in lacrime e l’abbracciò forte a sé, come per trattenerlo da un’eventuale fuga. Andrea non seppe rispondere a quella domanda e ne volle proseguire quel discorso straziante, mentre rimaneva imperterrito nel suo abbraccio disperato. Di una sola cosa era conscio: si sentì forte come non mai. Un uomo nel vedere un essere più debole e in disagio aumenta le proprie capacità fisiche e mentali. In un istante provò ciò che aveva provato Angie tempo addietro.
Le lacrime della donna frattanto scorrevano a fiumi e lui non faceva niente per rincuorarla, anzi, provava un piacere indescrivibile nel vederla piangere e singhiozzare per lui, provava in realtà, un godimento assai superiore agli amplessi che aveva avuto con ella stessa, ma sopra ogni cosa, vedeva che parte del suo dolore antico stava andando via.
A questo punto egli scostò la donna da sé e disse seccamente:
- Addio.
Ella rimase lì, dove si era rannicchiata, e continuò a versare lacrime senza sosta, mentre lui proseguì per la sua strada lasciando la donna alle spalle, avvertendo puntualmente, negli intervalli dei suoi passi, solo i suoi gemiti sommessi che per un tratto lo seguirono, finché lentamente non si spensero del tutto.
L’autunno era in pieno svolgimento stagionale avendo divorato ormai tutta la vegetazione del corso alberato, le foglie avevano formato in terra un morbido pavimento giallognolo, ciò nonostante le giornate erano molto soleggiate e le temperature erano calde per la stagione in corso. Le persone vestivano ancora con abiti leggeri come in tempo d’estate e i ragazzini solevano rincorrersi all’uscita di scuola in ricordo della bella stagione trascorsa.
Andrea però non si era approfittato di quelle giornate insolitamente primaverili, e restò per alcuni giorni a casa, dove in qualche modo volle godersi nella solitudine il successo ottenuto con Erica.
Era un sabato di novembre, egli si trovava, come di consueto, nella sua stanza. Un sottofondo musicale accompagnava i suoi pensieri come da tempo accadeva, e come sempre puntava la sua attenzione sulla foto appesa al muro. Aveva notato con enorme stupore che l’ombra che possedeva ripetutamente la donna del quadro era ferma al suo fianco, ed entrambi gli esseri raffigurati, il reale e l’immaginario, lo fissavano profondamente come se ora, erano loro gli spettatori di ciò che facesse lui, e pareva che aspettassero la sua prossima mossa in modo da poterla giudicare.
Cos’era cambiato nella mente dell’uomo? Perché non li vedeva più nell’esercizio passionale? Perché lo seguivano in ogni angolo della stanza? Tutto sembrava portare al giorno della separazione da Erica. Quale sarebbe stata ora la sua prossima mossa?
Per alcuni attimi ci fu un silenzio totale nella stanza, quasi funebre, finché il suono del citofono non spezzò quella quiete devastante. Era il fattorino del fioraio vicino casa sua che gli consegnò un mazzo di rose bianche. Un bigliettino anche:

“ Penserai che sono ripetitiva dacché è un po’ di tempo che ti mando rose bianche, ma sai, esprimono la mia anima. Sono giorni che non ci vediamo e questo è un invito a favorire il nostro incontro, nel quale chissà, potresti cogliere la rosa che non ti ho mai donato…
Red rose for my darling.

Immensamente tua, Irene. ”

La sua prossima mossa venne suggerita proprio dal bigliettino appena arrivato. Si liberò delle rose con una certa noncuranza mettendole nel grande vaso di cristallo, portando via con sé il solo bigliettino con un ghigno d’appagamento, come se fosse l’unica cosa che contava al momento, quasi avesse ottenuto il lasciapassare per il Paradiso. Si diresse verso lo studio, e nel percorso dalla sua stanza alla nuova destinazione, agitava il bigliettino a mo’ di ventaglio presso le sue gote, dove l’aria spostata emanava ancora il profumo del suo mittente, da cui ne traeva già la passione avvenire.
Irene era una ragazza da poco passata nella maggiore età, ella rappresentava per Andrea la parte più pura di Angie, la vera espressione della donna casta a cui vanno rivolte le sole attenzioni religiose e pudiche e riservate il trattamento gentile dell’anima. Una ragazza che era stata educata secondo principi puritani, per tanto non era abituale vederla in giro per le vie del paese, se non per il tragitto per la chiesa la domenica, o per i vari circoli cattolici. Da quando aveva conosciuto Andrea, lei però stava uscendo più spesso, nella più completa disapprovazione dei suoi genitori. Egli era il suo primo ragazzo, e sarebbe divenuto anche il suo primo uomo.
Dopo aver letto il bigliettino, nella mente di Andrea, la nobile prospettiva stava man mano scemando, pensando tutt’altre cose nei confronti dell’innocente ragazza che si apprestava, forse senza rendersi conto, alla sua prima notte d’amore. Esaltò fin troppo la frase letta sul bigliettino, e quel “ chissà ” assunse un valore assai sensuale nell’intimo dell’uomo in cui veniva preso come un “ sono tua ” oppure “ fai di me ciò che vuoi ” o ancora “ sono la tua schiava d’amore ”.
Nel frattempo sul suo cellulare arrivò la notifica di un sms su cui scritto l’ora e il luogo dell’incontro: “ Alle dieci a casa mia, tua Irene. ”
Probabilmente i suoi erano fuori per il week-end e avrebbero avuto la disponibilità della casa per l’intera la notte. Il messaggio sul telefonino non fece altro che aumentare il tasso d’eccitazione del giovane, ricevendone una forte carica adrenalinica, accresceva altresì la sua fame in attesa del pasto che sembrava assai lontano. Il lupo pregustava la carne della giovane pecorella smarrita.
Andrea quasi in ossesso da un istinto maniacale e perverso, immaginava le scene postume e si interrogava: come si sarebbe comportata ella nel magico incontro? Quale sarebbe stato l’intimo di una vergine, lei che non si era mai mostrata ad un uomo? Dove l’avrebbe posseduta, nella camera nuziale dei suoi, oppure fra le innocenti lenzuola d’infanzia? Come avrebbe iniziato, con quale posizione? Mille e più interrogativi si pose nel lasso di un istante e nel darsi risposta godeva l’anticipo del piacere. Pensò ad altre donne, altri letti, altre scene peccaminose, come sarebbe stato farlo con una vergine? Egli si sarebbe trovato a suo agio? Chissà, pensò, sarebbe stato il maestro e l’allievo della situazione da rendere il tutto ancora più unico, entrambi l’avrebbero fatto per la prima volta.
Seguitò con questi interrogativi spregiudicati per diverso tempo, fantasticando l’amore perfetto, quello che era stato solo con Angie, convinto che sarebbe stata un’esperienza sublime. Ma lui, sarebbe stato l’amante ideale per l’amore perfetto?
Nel pensare, accese il computer nell’intenzione di scrivere qualcosa, l’ispirazione fu una poesia per la serata, ad Irene dedicata.
Il tempo passò molto lento, il trascorrere di quelle poche ore gli era apparso come intere settimane di studio di cui l’unico compenso erano un piccolo mazzo di versi.
Arrivò l’ora dell’incontro, erano le dieci in punto e il giovane si trovava sotto casa di Irene in attesa della sua chiamata, una rosa rossa fra le mani. Si affaccerà dal balcone pensò e gli avrebbe bisbigliato l’invito alla Giulietta: “ Sali mio Romeo…”. Invece l’invito arrivò direttamente dal citofono con tono molto più sensuale: “ Prendimi Andrea ”.
Salì le scale in fretta preso dalla voglia e dal desio di ella e dalla sua pronuncia divina: Prendimi Andrea. Quelle due parole avevano per lui ora molteplici significati erotici, di certo, nella sua mente, non andava incontro ad una vergine pudica, ma fra la tentazione di una Lolita.
La porta si aprì, ed ella, scacciando la tensione dell’attesa, esclamò:
- Ti aspettavo mio amore!
- Credo che questo fiore ti si addice stasera. - Egli rispose donandogli la rosa.
- In cambio del tuo fiore con il mio…- Ella con voce sempre più ammaliante.
Andrea a quel richiamo di passione trasalì e afferrò la ragazza con irruenza e la tenne fra le braccia, i suoi occhi penetrarono in quelli della ragazza, il suo respiro era diventato l’aria di ella a cui volle immergerla per intera nel suo Pathos. Un bacio sul collo, poi un altro, un altro ancora, iniziò a sospirarle le parole della poesia col tempo dettato dal fiato del verso:

“ Vorrei inebriarti
Di vino alla corte di Bacco
E sentirti cantare,
Vorrei incantarti
Di poetiche chimere
Degne del miglior Febo Apollo,
Vorrei adottare
Le fattezze di Afrodite
Per assediarti col mio fascino,
Vorrei munirmi
Delle frecce di Eros
E ferirti mille volte al petto,
Vorrei vederti
Danzare tra le fiamme di Efesto
Incendiata di passione!

E non sarebbe abbastanza.

Tuttavia preferisco
Emulare le gesta di Zeus,
Il Dio degli Dei
E degli inganni d’amore.
Così, fingerei il tuo uomo assente
Per infilarmi nelle tue lenzuola
Prima tiepide e poi calde,
O muterei in un cigno
Destreggiando il mio collo
Fra la tentazione delle tue gambe
E baciare le tue ginocchia;
Muterei ogni volta
Nell’animale che diverrai
Per averti e farti mia.
Imiterei il sole
Per cingere le tue membra
Di luminose braccia,
E di notte ti farei
Rapire dalle ombre
Che ti condurranno da me.
Mi filtrerei come pioggia dorata
Attraverso il cielo delle tue prigioni,
E di una brezza fresca
Scivolerei dapprima sul tuo seno,
Per poi continuare a scorrere
Solcando il piano del tuo corpo
Su tutta la sua lunghezza,
Saggiando il sublime e il profano;
Ti sentirei vibrare, ansimare,
Finché non ti avrò di oro vestita!

E mi chiedo ancora
Se questo possa bastare. ”

Le parole scivolavano dalla bocca del giovane come nella recita del Don Giovanni nel possedere una delle sue amanti, e mentre declamava quei versi, Irene cedeva alle figure che richiamava il poeta facendosi percuotere dalla liricità della sua passione, avvertendone sulla pelle le vibrazioni della sua voce suadente.
La baciò di nuovo sul collo ma con più enfasi, caricato dalle parole dette poco prima, poi i baci salirono fino ai lobi delle orecchie lasciando nel passaggio della sua bocca una scia di saliva che eccitò i ferormoni di ella con tale irruenza da farla fremere tutta, finché i baci non arrivarono sulle labbra, quando le due lingue - sacra e profana - si unirono dando libero sfogo alle proprie voluttà.
Di colpo, nella mente di ella, le passarono le varie proibizioni in materia sessuale a cui adesso volle darsi con impeto, era disinibita a tal punto da scordar l’insegnamento religioso dei propri genitori riponendolo in un cassetto chiamato “ infanzia ”. Stava diventando una donna in tutti i sensi, e quella era la sua prova di maturità:
- Vieni, di là, staremo più comodi…
Con un cenno del capo aveva indicato la camera dei genitori in cui lo stava dolcemente trascinando, tenendolo per le mani. Nel procedere verso l’alcova del piacere, egli intravide, nel semibuio, la stanza di Irene; un lettino, una scrivania, una piccola libreria, alcuni poster appesi alle pareti e un’aurea candida che proveniva dall’oscurità delle quattro mura. Il giovane si fermò sulla soglia della porta fissando l’altra stanza; nei suoi pensieri vi era l’intenzione di possederla lì, violando così anche il suo regno d’innocenza, ma ella, che aveva carpito i suoi propositi, ammiccò un sorriso di interdizione e lo condusse sul grande letto.
- Ora giurami che staremo sempre insieme.
Egli dopo un attimo di esitazione:
- Lo giuro su quanto c’è di vero nel mio amore.
Dopo quelle parole rassicuranti, ella si tolse i vestiti di dosso, e con voce pressoché arrendevole disse:
- Sono tua…
Il giovane nel vedere la nudità della ragazza, pensò per un istante al suo giuramento come per ricavare dalla solennità dell’atto quasi un consenso in quanto stava per fare. Ma nel cercare quel consenso fu sopraffatto dall’istinto e si lanciò verso la donna a coglierne il frutto.
Il mattino seguente Irene era avvolta nelle coperte del grande letto tutte ben rimboccate nel materasso, per niente sgualcite dalla notte di passione, anzi apparivano stirate come dal passaggio di una mano premurosa. Il trillo della sveglia spezzò il sonno della ragazza che nel suo lieto risveglio subitamente cercò a tentoni il corpo del suo uomo per stringerlo ancora fra le sue braccia. Andrea invece non era nel letto, la giovane donna vi trovò solo una rosa e una lettera. Ancora con gli occhi sognanti decise di leggere immediatamente la lettera, forse si aspettava una gran cosa, un sorpresa per festeggiare il suo essere donna.

“ Ti guardavo stamattina, il primo raggio del giorno entrava dalla finestra quasi attratto dal tuo viso che sembrava splendere di luce propria, eri bellissima in quell’incanto mattutino…
Ma non saprei, eri comunque diversa, qualcosa non completava il tuo aspetto solitale ed ho pensato di lasciarti questa rosa che non potrà mai più tornare dov’era, nella sua dimora di castità e bellezza.
Temo tutt’ora, che perdendo la tua verginità con essa anche la tua unicità sia andata dispersa… Malgrado, cerco con questo gesto di rimettere le cose al proprio posto, anche se ora, per cagion di uno scisma, la donna si trova da un lato del letto e la sua purezza all’altro… non me ne volere.

Addio, Andrea. ”

Andrea quel mattino fuggì dal suo nido d’amore come un bambino che, riducendo un vaso in diversi frammenti, racimola i pezzi e poi scappa via per sottrarsi alla punizione del genitore.
La scorsa notte doveva essere magica per lui, invece non gli portò nulla di nuovo, di già visto, di già fatto. Aveva inseguito così tanto quel momento da divenirgli un sogno, apparendogli, data l’impossibilità dell’afferro, più bello del dovuto, e quando poi l’ebbe ben stretto nella mano, ne rimase deluso.
La ragion della sua condotta aveva un unico sbocco: Il Ritratto Di Angie.
Il giovane infatti, era tornato a casa sua come se niente fosse accaduto, con l’unico scopo di affacciarsi ancora una volta al ritratto appeso nella sua stanza. Era di un’ansia sovrumana, immaginando probabilmente l’effetto ipertrofico che avrebbe subito la carta lucida di conseguenza alla sua lettera di commiato. Non si tolse neppure la giacca quando si precipitò nella sua stanza; vide ciò che più desiderava. L’ombra che fiancheggiava la donna nella foto si stava allontanando alle sue spalle, con il seguito entusiastico dell’uomo.
Le sue malefatte dunque stavano purificando il ritratto liberandolo dalle oscenità. Si stava verificando un esito contrario a quanto accadeva al Dorian Grey mentre inorridiva nel vedere il riflesso della sua anima nel ritratto di Basil Hallward. Ma causando del male a quelle donne poteva davvero portare un buon frutto? O sebbene le lasciasse, fosse la scelta migliore dato che era assai scorretto il mandare avanti quell’assurdo rapporto multiplo? Cosa stava accadendo a sua volta nell’animo dell’uomo?
Andrea quella mattina ebbe la certezza che lasciando le ragazze con cui si frequentava negli ultimi mesi avrebbe apportato un beneficio al ritratto e alle sue pene, inoltre accresceva sempre più la sua forza rendendolo capace di poter mandar via tutto il suo dolore. A questo punto doveva completare l’opera.
Per ognuna delle tre ragazze rimaste, voleva creare un’atmosfera ideale per lo svolgersi della scena del commiato. Avrebbe organizzato una serata speciale ricca di sorprese e colpi di scena in modo che l’amore raggiungesse la sua massima estensione, voleva vederle piangere di gioia per un gesto d’affetto e farle sprofondare nel dolore al suo addio. Credeva che più grande fosse l’amore che le donne provavano per lui, più dolore avrebbero provato nel momento della caduta, più lontana sarebbe l’ombra nella foto, più avrebbe giovato alle sue pene d’amore.
Il treno doveva proseguire il suo viaggio ed effettuare le ultime tre fermate affinché arrivasse alla sua destinazione, Insensibilità.
Così, anche la giovane Gaia, la ragazza allegra e spensierata di sempre, colei che era l’autentica personificazione della simpatia e che faceva del suo stato d’animo la felicità della gente, si ritrovava a spendere le riserve delle sue lacrime accumulate negli anni. Ella che, in venticinque anni di vita, aveva consolato chiunque con la sua capacità di toccasana; non rideva più come aveva sempre fatto, si rifiutava di mangiare, era caduta persino in depressione. Chi avrebbe consolato ora l’inconsolabile?
Stessa sorte capitò alla bella e ricca Natasha, una donna sui vent’otto anni, la prima fra le prime donne, nota come la signorina Arroganza, colei che aveva gelato le intenzioni amorose di moltissimi pretendenti e che derideva i suoi amanti più fallimentari, adesso anch’ella concepiva la facoltà del pianto, un pianto buffo per Andrea, come chi non ha mai compiuto un’azione e lo fa malamente, e più ella piangeva, più il giovane non poteva trattenere il riso.
- Cosa fai, perché ridi, non stai per caso scherzando? - Quasi abbozzò un sorriso, fra i singhiozzi amari, nel chiederlo.
- Non scherzo affatto, sono sempre intenzionato a lasciarti. - Rispose egli con leggerezza trattenendo a fatica il riso.
- Via Andrea, vai via! Non voglio più vederti! – Gli gridò ella accecata dall’ira.
- Non chiedo di meglio sua Maestà… - Facendo un inchino, e se ne andò.
Rimaneva solamente Antonella, la dolce e ingenua Antonella, la ragazza di ventitre anni del suo stesso paese. Ella che, data la sua dolcezza, riuscirebbe a mutare il fiele in miele con la stessa facilità di sottrarre una “ F ” e aggiungere una “ M ”, presa quasi dalla sindrome del Re Mida, poiché qualunque cosa al suo tocco si addolcivano, con i suoi gesti, i suoi modi di fare, il suo parlare; poteva dissetarsi con l’assenzio gustando un succo alla pera. La sua dolcezza era pari soltanto alla sua ingenuità; confondeva il falso col vero, il vero con il falso in una maniera a dir poco imbarazzante, come un daltonico confonderebbe il giallo con l’arancio; e si basava soprattutto sul suo istinto mendace. Ella era la donna che, per fattezze e tipologia caratteriale, più si avvicinava ad Angie, quasi un tramite fra la perfezione e l’essere comune, di cui Andrea in buona parte ne era innamorato, o per lo meno, in ciò che le due donne avevano somiglianze. Con ella, a differenza dei precedenti, volle avere un congedo gentile, quanto mai ortodosso.
Ultima fermata, Antonella.
- E’ stata una serata magnifica, non mi aspettavo una cena a lume di candela nel miglior ristorante della zona, e quella tua poesia poi, recitata con tale ardore… ti amo Andrea… abbracciami.
Fu un lungo abbraccio, la donna voleva che non finisse mai, l’uomo se lo gustava poiché sarebbe stato l’ultimo. Poi ancora ella:
- Ci siamo dati l’un l’altro in questi due mesi, mi hai dato tutto, ti ho dato tutto…
- Mi hai dato tutto, mi sono preso tutto, e non mi basta… - Egli rispose con gelo.
- Cosa vuoi dire? - Disse la donna in attesa di un chiarimento.
- La nostra storia finisce così, mi spiace.
- Non ci credo. Sei assurdo, come posso crederti?! Mi fai vedere il Paradiso serbandomi l’Inferno? Non può essere vero!
La donna assunse all’istante un’aria triste e i suoi occhi stavano sul punto di traboccare la sostanza dei suoi pensieri, come una foglia in autunno, lievemente attaccata al ramo, tentenna sotto i colpi del vento. Andrea con le sue parole sollevò una bufera:
- Come ogni grande Impero prima della caduta raggiunge il suo massimo splendore…
- Oddio, tu sei pazzo! - Rispose ella folgorata dalle sue parole.
- Ascolta Angie…- Il giovane si tappò la bocca con un gesto quasi plateale, come al seguito di una bestemmia.
- Angie… Angie?! Ancora lei! Credevo che l’avessi scordata, che fosse solo materia di ricordi, invece tu l’hai ancora dentro… dopo quello che ti ha fatto, come puoi soffrire ancora per lei?!
Erano nella piazza principale del paese sotto una luna che dominava il firmamento; alcune persone di passaggio osservarono la scena: una donna che piangeva e un uomo impassibile. Frattanto Antonella, si era seduta su una panchina nei pressi, scoraggiata di quanto stava accadendo, mentre Andrea la mirava dall’alto.
- Andrea, il tuo cuore può amare ancora, a patto che tu lo voglia. C’è sempre una via secondaria nella vita, una salvezza…io vorrei essere la tua.
Il giovane si allontanò ulteriormente dalla donna in segno di spavento, minacciato dalle sue ultime parole, come se gli avesse decretato la fine più atroce: amare nuovamente.
- Io non voglio più amare! Salvarmi? E’ impossibile! Non cercare una strada buona per me Antonella, hai ragione tu, io sono pazzo! Lasciami Antonella, non essere triste, io sono pazzo. Addio.


Parte III




“ Ara con pianti, anima dolorosa,
Per mietere con canti d’allegrezza.
Dopo un lungo dolor, la mia dolcezza
Passerà di dolcezza ogni altra cosa. ”

Era da poco entrato l’inverno portando con sé il freddo gelido caratteristico di stagione, Andrea si trovava affacciato alla finestra della sua stanza, era il giorno di Natale e forse si aspettava che cadesse la neve da un momento all’altro. Mirava oltre il vetro della finestra i bianchi nembi che scorrevano veloci nel cielo, un forte vento animava la mattinata, le persone di passaggio nella via sottostante vestivano con grossi cappotti, ed egli nell’abbraccio virtuale delle loro sciarpe avvertiva i brividi del freddo. Aveva con sé, fra le mani, alcuni fogli con su scritti i sonetti dell’Erma del D’Annunzio, che quel mattino aveva riletto più volte, in cui, nei versi, ritrovava se stesso.
Il giovane veniva da un lungo periodo di convalescenza in seguito al dolore sentimentale dovuto alla sua separazione da Angie, il quale ora si sentiva guarito, perfettamente rinato.
Egli era ancora alla finestra quando pensò all’ultimo anno della sua vita. Doveva essere un anno splendido secondo come gli era stato augurato dalla stessa donna del ritratto, invece l’anno trascorso fu un vero disastro, alternando alti e bassi, lacrime infinite, e falsi sorrisi per evitare di piangere ancora. Ciò nonostante, il suo dolore propagandosi a dismisura, aveva contaminato le persone che stavano al suo fianco, in primis le sue amanti con il quale volle condividere le sue pene passate che continuavano a permanere, ma le ripercussioni del suo stato avevano coinvolto in parte qualsiasi altra persona che fosse venuta a contatto con lui, famigliari compresi; era come una mina vagante costretto a fluttuare attraverso lo stretto di un canale in cui un qualsiasi sbalzo avrebbe provocato un’esplosione.
Il suo incubo dunque era finito, non avrebbe fatto male più a nessuno, né a se stesso.
Ma nel contemplare il paesaggio al di là del vetro, il viavai delle macchine, i passanti infreddoliti, le case che biancheggiavano al vento gelido, più volte si fece percuotere dai brividi della circostanza esterna, avvertiva un qualcosa addosso che non lo rendeva ancora completamente guarito, un qualcosa di minimo che non riusciva a capire quale fosse.
Ad un tratto, irruppe il suono del rintocco dell’orologio a pendolo, che fece sbrinare il gelo che si era venuto a formare intorno all’uomo nelle osservazioni lontane del suo animo.
Andrea trasalì all’istante, i fogli gli caddero dalle mani, e andò subito all’opposto della stanza dove vi era l’orologio. Erano le dodici in punto, il tempo non era più fermo come fino a quel momento era stato, bensì scorreva, e le lancette che gli sembravano arrugginite dall’immoto periodo giravano alacremente senza sosta; egli era alquanto sorpreso di quanto stesse accadendo. Non poté poi, nella vicinanza, non mirare il ritratto di Angie che emetteva un forte calore. La donna della foto era incantevole, come non mai, candida, pura, di una straordinaria bellezza, nessun’ombra o maculature di sorta distorcevano la sua posa, finalmente stabile nella mente dell’uomo.
A questo punto, nel vederla sorridere come sorrideva un anno prima, si sentì forte, talmente forte da rendersi capace di prendere la foto dalla sua dimora murale, la stessa cornice che gli pareva di una pesantezza smisurata, incastrata nella parete, dipinta su di essa, parte integrante di essa, ora la teneva saldamente fra le mani e nel sentirla sua l’alzava al cielo come se avesse conquistato una vittoria insperata, o come se, dopo una lunga e affannosa salita, riusciva a prendere finalmente la bandiera che segnava la cima; si riteneva l’artefice di un’impresa eroica, lui era Parsifal nell’ottenere il Sacro Graal.
Andrea nell’avere fra le mani la foto, fu come colpito da un lampo, l’ispirazione dei rintocchi si stava ripentendo. Andò verso il mobile basso, sotto la grande vetrata, aprì uno degli sportelli dove vi erano i ricami, e inginocchiandosi lo posò al suo interno.
Anche se la donna del quadro ora gli appariva bellissima e incontaminata, in quel sito, nel bene e nel male, non avrebbe più nociuto ai suoi sentimenti, e pensava che se quel gesto l’avesse compiuto un anno addietro, tante cose sarebbero diverse nel suo presente o per nulla accadute, presumibilmente non avrebbe fatto del male alle persone care, le sue amanti, e soprattutto sarebbe stato meglio lui. Avesse avuto solo la forza un anno prima.
In fin dei conti, la sua vita nell’ultimo anno non era stata altro che una conseguenza, qualcuno un giorno scagliò un sasso nella quiete di un lago, e lui ne prese la distorsione delle acque che si diffusero dall’epicentro verso l’estremità, dal suo cuore passò di cuore in cuore il suo dolore.
D’altro canto, il ritratto rappresentava la cosa più importante della vita del giovane, e al tempo stesso, la sua più grande maledizione.
Prima di chiudere lo sportello l’uomo si pronunciò per l’ultima volta in nome dell’Amore:
- Angie, Angie, you can’t say we never tried.
Angie, you’re beautiful, but ain’t it time we said goodbye…
Angie, I still love you, remember all those night we cried,
All the dreams we held so close seemed to all go up in smoke,
Let me whisper in your ear,
Angie, Angie, where will it lead us from here?
Nel pronunciare le parole della loro canzone, un’ultima lacrima gli attraversò il viso, dopodiché chiuse lo sportello.
Poche ore prima era stato da Angie per consegnarle un piccolo Diario dei suoi ultimi mesi di vita.

inviata da: Stones, mercoledì 8 febbraio 2006

 

 

 

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