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L'isola del Pesce


Marc quella sera era passato a prendere Ingrid al termine del lavoro e rientravano a casa in silenzio, come al solito.
Ma era una sera diversa dalle altre. Era il loro venticinquesimo anniversario di matrimonio, ormai finito da un pezzo. Stavano ancora insieme perché.. già! Perché? Nessuno dei due sapeva il perché, ma sapevano entrambi che quel matrimonio, civilissimo come sempre, quella sera si sarebbe concluso.
Avevano deciso così. Una cenetta a lume di candela, preparata con cura, per definire gli ultimi accordi e poi dalla prossima settimana Marc si sarebbe trasferito provvisoriamente nell’appartamento della ancora più provvisoria compagna, leggi ultima segretaria.
Ingrid sapeva delle scappatelle di Marc degli ultimi anni e, se all’inizio aveva provato una lancinante fitta al cuore ed un sordo dolore allo stomaco, alla fine se ne era fatta una ragione.
Negli ultimi anni qualcosa si era spezzato. In fondo, in coincidenza, lei era diventata sempre più freddina, assente.
Le sembrava sempre più spesso di avere un estraneo in casa, alla sua tavola, nel suo letto, nella sua vita. Le sembrava , quando pensava al giorno del suo matrimonio, di aver sposato un’altra persona. Un giorno aveva sentito una battuta da un’amica che diceva che il marito, in fondo, non ti è neanche parente. Ci aveva pensato un po’ su e aveva dedotto che in effetti Marc, con i suoi egoismi, la sua mancanza di sensibilità, la sua musica classica (lei aveva iniziato ad odiarla!) , non le era neanche parente. Era un conoscente e, a volte, un perfetto sconosciuto.
Adesso avevano raggiunto una posizione sociale, una certa disponibilità economica e ad entrambi quel matrimonio contratto da ragazzi e che doveva durare per sempre (chissà chi aveva inventato una espressione così stupida: “ per sempre!” Mah!) stava un po’ stretto.
La serata era tiepida, era quasi la metà di giugno e Vienna in quella stagione è magica. Si sente nell’aria voglia di vacanza e tutte le finestre sono colorate di fiori profumati.
Entrambi erano abbastanza sereni. Si fermarono a bere un aperitivo all’American Bar e poi dritti a casa.
Arrivati nel vialetto del garage, Ingrid scese dalla macchina e mentre Marc parcheggiava, lei ritirò la posta, poi assieme si avviarono verso l’ingresso della villetta. Lui aprì la porta e…. sorpresa! Si accesero tutte le luci e videro il salone pieno di amici e parenti con i calici in mano.
Era una festa a sorpresa per il venticinquesimo anniversario di matrimonio. Nessuno immaginava che per loro dovesse essere la sera della rottura e chi si era accorto che qualcosina non andava, riteneva che una festa così ed un regalo così avrebbero appianato tutto!
E si, perché c’era anche un regalo. Nonno Arthur e zia Martha, i più anziani della comitiva, consegnarono loro una busta misteriosa con tanti auguri da parte di tutti.
Ingrid, curiosa, l’aprì e uscirono due biglietti aerei e diversi fogli.
Marc iniziò a leggere e lentamente capì che si trattava di una vacanza di nove giorni in un villaggio turistico in Italia. A prima vista la località indicata non diceva nulla, non l'aveva mai sentita ma poi, tra i vari fogli allegati trovò una sorta di cartina che indicava il villaggio, unica costruzione esistente su di una piccola isola, con il nome di un Santo, facente parte di un arcipelago a nord dell'isola più grande italiana nel Mar Tirreno.
Le foto del depliant turistico erano estremamente allettanti, la voglia di vacanza era tanta, unico handicap: questo secondo viaggio di nozze era arrivato con almeno cinque anni di ritardo.
Si guardarono negli occhi, sorrisero e poi si dissero: ma perché no, cosa vuoi che siano nove giorni di più o di meno!
E’ una bella vacanza, pagata. E in Italia, al sole, al caldo.
I giorni seguenti furono frenetici. Ingrid, veterinario noto in città, dovette disdire una serie di impegni, un congresso (noioso), trovare un sostituto, comprare una serie di costumi coloratissimi, tra cui un bikini mozzafiato con un pareo trasparente il tutto con i colori del sole al tramonto, trovare le creme solari ed occhiali da sole.
Marc fu occupatissimo ad affidare lo studio di architetto nelle mani dei due soci, a cercare una vecchia canna da pesca in garage ed un cappelluccio per il sole in
soffitta e, soprattutto, a convincere la lacrimosa Marie Anne che nulla era cambiato fra loro e che con la moglie avrebbe fatto vacanze separate, che le avrebbe portato un bel regalo e che sarebbe tornato in un battibaleno più innamorato che mai e pronto ad iniziare una appassionata convivenza “per sempre” con lei.
A conferma di tali buoni propositi telefonò, davanti a lei, al numero indicato sul depliant per chiedere, in un improbabile italiano, una camera con due letti separati. E sperò che avessero capito.
Finalmente la domenica stabilita, carichi di bagagli come se dovessero conquistare l’Italia e non stare soltanto al mare per pochi giorni e con pochi abiti addosso, come Dio volle, salirono sull’aereo che li portava in quella strana vacanza di separazione che non avevano voluto ma che, in fondo, li elettrizzava.
Sapevano entrambi che quelle due ore di volo li avrebbero portati in un posto caldo, bello, pieno di bella gente e.. chissà davanti a quali avventure.
Quando l’aereo atterrò, sentirono un pizzico di rimpianto. L’aeroporto sembrò loro troppo piccolo, figurarsi non c’era neanche il bus che li portasse all’uscita!
E poi il caldo, in confronto a Vienna, era soffocante. L’attesa dei bagagli, estenuante.
Ma la ragazza che li accolse era giovane e simpatica, la macchina aveva l’aria condizionata ed era comoda e così iniziò l’avventura.
In quell’oretta di tragitto che li separava dal paradiso, lungo quel tratto di strada che percorsero, videro una natura mai sospettata, scorci di mare e colline da cartolina, lessero nomi di località difficili da pronunciare, ma conosciuti perché su tutti i giornali, d’estate, erano citati data la frequentazione del jet-set internazionale.
Passarono per Porto Rotondo, Porto Cervo, Capriccioli, Cala di Volpe, San Pantaleo, Baia Sardinia.
Fu come se per incanto fossero capitati, che so, in Egitto e, durante un piccolo giro turistico di un’ora, avessero visto tutto il museo Egizio, il Cairo, la Sfinge, le piramidi, il Nilo ed il deserto con le sue oasi. Pensavano : ma più bello di così cosa può esserci? Questo e il massimo! Il resto sarà sicuramente peggio! Invece no, ad ogni passo una nuova sorpresa li attendeva.
Ben presto arrivarono al Porticciolo di Palau, dove una piccola imbarcazione li portò in un decina di minuti, nell’isola designata, tutta verde di macchia mediteranea,
a prima vista tutta deserta ad eccezione del villaggio turistico dove stavano sbarcando.
La prima sensazione fu un forte profumo che ti prendeva stranamente al cuore. La loro accompagnatrice li informò che era l’odore del mirto e del ginepro, tipico di quelle isole.
Fu assegnata loro una delle stanze più belle. Era la loro seconda luna di miele, li informò Antonello, il ragazzo della reception, quindi era stata prenotata e riservata per loro una suite, piena di fiori, con accesso diretto alla spiaggia e vista panoramica.
Unico neo: né quella né nessun’altra camera era prevista per i letti separati. Antonello, anzi, fu leggermente sorpreso della richiesta. Nessuno gliela aveva mai fatta, lì.
Si cambiarono in fretta e subito in spiaggia. La prima cosa che attrasse la loro curiosità fu un’isoletta piccola, con una spiaggetta minuscola che si trovava proprio di fronte a quella del villaggio.
Di forma leggermente allungata, verde sulla sommità, circondata da alcuni scogli, era quasi il simbolo di quella terra. Così vicina e così solitaria, profumata ed ospitale.
Chiesero e seppero che si chiamava “Isola del Pesce” e quelli del posto dicevano che era magica e ridevano.
Entrambi decisero di raggiungerla a nuoto e detto fatto si immersero in quell’acqua che nessun pittore sarebbe capace di riprodurne il colore e la trasparenza.
Avevano l’impressione di aver attraversato il muro della realtà scendendo da quell’aereo e tutto quello che vedevano e sperimentavano con il loro corpo, fossero sensazioni irreali, che non stessero succedendo a loro. Eppure compivano gesti, si scambiavano sguardi, sorrisi, sensazioni come se fossero oggetti preziosi tirati fuori per l’occasione, da un vecchio baule. Dal profondo dei loro cuori.
Arrivarono all’Isola del Pesce dopo poche bracciate, la esplorarono in un centinaio di passi attraverso sentierini di terra e si sdraiarono così bagnati sulla calda sabbia rosata della spiaggia.
La sera, dopo una cena squisita a base di pesce, Marc fu chiamato al telefono



dalla sua Marie Anne, già preoccupata del silenzio di tutto un giorno. Marc, leggermente infastidito, si giustificò, raccontò un po’, glissò sulla faccenda della stanza e su tutta la bellezza del posto. Rassicurò la lontanissima fidanzata e per fortuna, cadde la linea.
Quella sera andarono a dormire subito. Erano stanchi ed emozionati.
Ingrid non prese il solito sonnifero, Marc non si preoccupò eccessivamente delle sue piccole manie contratte con il tempo.
Dormirono entrambi di un sonno profondo e rilassante.
La mattina Ingrid si svegliò con una piacevolissima sensazione di calore che non derivava dalla temperatura, ma dal suo interno, cercò di girarsi ma si trovò
abbracciata stretta al corpo di suo marito. Suo marito! Era da tempo immemorabile che non lo sentiva più tale ed era da tempo immemorabile che non si sentiva così bene.
Piano piano sgusciò fuori dal letto e dalle sue braccia e subito si sentì come privata di un dono. Avrebbe voluto tornare indietro e riaddormentarsi di nuovo in quell’abbraccio.
Guardò quell’uomo e lo trovò ancora bello, nonostante la barba da tagliare e i capelli in disordine che tradivano qualche capello bianco.
In fondo aveva 49 anni e se li portava splendidamente. Era alto, robusto, non grosso ed aveva una buona muscolatura.
Si sedette davanti allo specchio, vi gettò uno sguardo e quello che vide la confortò. Anche lei aveva i suoi anni, 46 per l’esattezza, ed era ancora piacente e con la pelle liscia e tonica.
Si erano sposati presto. Chissà perché tanta fretta?! Non ricordava più bene. Anzi non voleva ricordare. Iniziò a spazzolarsi i capelli e, quasi morbosamente, le si affollavano i pensieri.
Si ricordò di un bel ragazzo, con i capelli un po’ lunghi, cortese e premuroso.
Le portava sempre delle violette. Chissà dove le trovava, in tutte le stagioni!
Era allegro, divertente. La portava a teatro, a ballare, al cinema e diceva che niente senza di lei aveva gusto.
Un giorno che lei aveva un esame difficile e non aveva voluto che l’accompagnasse in facoltà, se l’era trovato all’uscita, sotto la pioggia che l’aspettava da ore e da sotto la giacca aveva tirato fuori il solito mazzetto di violette un po’ sgualcito e bagnato.
Dio quanto l’aveva amato!
Le venivano in mente le lunghe passeggiate in montagna, quando lui l’aiutava ad arrampicarsi o le dava la mano per facilitarle la discesa e lei adorava quei gesti un po’ fuori moda. Ricordò quel giorno che le raccolse una stella alpina e poi fecero l’amore.
Ecco perché la portava ancora nel portafoglio, un po’ ingiallita, in uno scomparto speciale. Quel giorno si sentivano vicini a Dio e allora pensavano di sapere cosa significasse l’espressione “ per sempre”.

Amarsi a contatto diretto con la natura, di un amore così profondo e puro, non era cosa da uomini, ma degli angeli.
Così aveva detto lui dopo, abbracciandola stretta stretta. E sì, per tanti anni, dopo l’amore, lui non si girava come fanno tutti gli uomini, ma la voleva lì, stretta stretta per farla sentire più sua e più importante per lui.
Ma poi cos’era successo?
Fu interrotta nei suoi pensieri da uno sbadiglio di lui. Si era svegliato. Si alzò, si stirò, le carezzò i capelli perché disse, si sentiva felice: “non so perché, ma erano anni che non dormivo più così bene, mi sono svegliato con la strana sensazione che mi manchi qualcosa vicino, che avevo dormendo. Ingrid non trovi sia strano? Comunque mi sento bene!”
Lei sorrise e non rispose. In effetti era un po’ turbata.
La giornata trascorse vedendoli curiosi a scoprire il villaggio, a valutare le varie proposte offerte, ad apprezzare il buon cibo italiano, a scambiare opinioni con gli altri vicini di tavolo o di ombrellone.
Verso sera fecero una bella nuotata intorno, tra i pesci e le stelle marine e poi tornarono sull’Isola del Pesce a riposarsi.
Pian piano divenne un’abitudine. Tornare la sera a passare un po’ di tempo in contemplazione del panorama e del proprio cuore. Lì erano veramente soli a mettere in ordine i pensieri e i sentimenti.
E sì, mettere un po’ d’ordine ci voleva! Perché c’erano alcune cose che non quadravano. Erano arrivati lì che non si parlavano quasi più. Non trovavano più niente da dirsi.
Ora stavano tutto il giorno a raccontarsi cose, a scambiarsi impressioni.
E poi Marc la prima volta che l’aveva vista uscire dal mare, con la pelle un po’ rossa dal sole, in uno dei nuovi costumi che lui non conosceva, ma che le esaltava magnificamente la figura, era rimasto senza fiato.
Con aria indifferente la guardava e pensava quanto aveva desiderato quel corpo, prima ancora di parlarle.
Lui seduto al caffè, la vedeva passare per andare all’università, pedalando con le gambe nervose e i capelli al vento.
Quando passava, in qualunque stagione fossero, lui aveva la certezza che fosse primavera e gli piaceva immaginare di sentire un profumo di violette.
Poi, un giorno, era appena piovuto, lei svoltando l’angolo, scivolò e cadde.
Lui balzò in piedi e in un attimo l’aiutò a rialzarsi, le toccò e pulì il ginocchio sbucciato, raccolse la bicicletta e benedisse Dio per averla fatta cadere e averle dato quel sorriso.
L’indomani, l’aspettò, la salutò, con la mano le fece cenno di fermarsi e le regalò un mazzetto di violette.
Un po’ alla volta scoprì che era stupenda. Allegra, amava le sue stesse cose. Adorava la montagna e nuotava in piscina. Sapeva sorridere al momento giusto e commuoversi delle stesse sue cose. Si divertivano assieme e lo capiva come nessun altro, oltre sua madre finché era vissuta.

L’amava come nessun suo amico gli avesse mai raccontato che si potesse amare. Era felice quando la pensava e si sentiva sciogliere il cuore quando le toccava i capelli e carezzava la nuca.
Per anni aveva ricordato lo sguardo di lei terrorizzato quando lui stava cadendo da un dirupo in montagna e subito dopo quanto aveva apprezzato il suo pianto di gioia liberatorio quando la riabbracciò sano e salvo.
In fondo all’armadio, in una scatola nascosta, teneva ancora una sciarpa fatta da lei, con le sue mani. Veramente orribile, lunghissima e tutta a strisce di colori sgargianti, ma così apprezzata ed usata. Ci si scaldavano tutti e due abbracciati su una panchina. La loro panchina, dove una sera mentre le teneva le mani, le chiese: ”Cosa sarebbe la vita se non ci fosse l’amore?” lei per tutta risposta si girò verso di lui con gli occhi lucidi e le labbra morbide e profumate. Fu un primo bacio inesperto e, per questo, unico.
Marc non pensava di ricordare più tutte queste cose, anzi se ne vergognava un po’. Non sapeva di ricordare ancora quanto l’aveva amata e desiderata “per sempre”.
Soprattutto non ricordava più perché e quando aveva smesso di amarla.
Quel giorno quando lei uscì dall’acqua del mare con il suo corpo così vivo e pieno di sale e gli chiese di aiutarla a mettersi la crema contro le scottature, restò piacevolmente turbato ad accarezzare quella pelle allo stesso tempo, così familiare e così sconosciuta.
Sotto le sue mani, rese più morbide e scivolose dalla crema solare, sentiva quel corpo rilassato, sciolto che rispondeva ad ogni suo movimento.
Dopo fu il suo turno. Le mani di lei sulla sua schiena furono come una scossa elettrica.
Vienna divenne lontana anni luce con tutti i suoi impegni di lavoro, gli orari, la pioggia e Marie-Anne.
Ogni giorno facevano delle passeggiate sull’isola e scoprirono spiagge bellissime, cale incredibili, una cava di granito abbandonata con ancora il busto di un gerarca fascista mai consegnata. Scoprirono la zona militare Americana, videro la nave officina con i sommergibili nucleari.
Scoprirono una sorgente, il mirto in fiore e che insieme stavano benissimo ed erano ancora capaci di ridere e divertirsi.
Un giorno che lui aveva raccolto dei fiori tra cui un’orchidea selvatica e l’aiutava a metterla tra i capelli, si trovarono così vicini, allegri e pieni di carica vitale, che trovarono normale baciarsi.
E scoprire reciprocamente, di avere un buon sapore e una voglia che li sorprese.
La sera, sulla loro Isola del Pesce, restarono abbracciati a vedere il tramonto, le loro mani erano unite e si baciarono ancora, ancora e ancora. Avevano la pelle d’oca!
Tutte le notti passate, dopo quella prima che avevano dormito abbracciati senza rendersene conto, avevano trovato sempre il modo di avere un contatto, un abbraccio, fingendo di dormire.

Durante il giorno, aspettavano ciascuno quel momento di dolce ipocrisia, perché non osavano dirsi e chiarire cosa stava succedendo.
Quella notte non si dissero nulla, ma si amarono fino all’alba. Lui scoprì che lei non era “freddina” affatto e anzi, apprezzò molto il suo entusiasmo.
Si amarono come non era mai successo. Non con la dolcezza dei primi anni, né con la svogliatezza degli ultimi, ma con un ardore, una passione sconosciuti e che, se da un lato li spaventava, dall’altra li esaltava.
Sembrava fossero tornati a vivere dopo un lungo periodo di ibernazione.
Risero, giocarono, piansero, dormirono e ricominciarono.
Il giorno dopo erano stanchi ma si sentivano di nuovo due ragazzi che avevano fatto l’amore di nascosto. Un po’ in colpa, ma felici.
Sentendo i loro vicini di ombrellone parlare, si resero conto che erano passati già sette giorni. Ne restavano solo due!
Gli ultimi giorni passarono veloci come un fiato! Si amarono in mare, sulle spiagge deserte, di giorno e di notte.
Riscoprirono il perché si erano innamorati l’uno dell’altra. L’avevano semplicemente dimenticato, presi com’erano dalla carriera, dall’apparenza, dalle formalità, dalla fretta. Giurarono di stare più attenti per il futuro e finalmente capirono il significato vero dell’espressione “per sempre” e benedissero chi l’aveva inventata.
L’ultima notte, particolarmente calda, scesero sulla spiaggia a fare una passeggiata. All’improvviso lei cominciò a schizzarlo con i piedi con l’acqua del mare, calmo come un lago e splendente sotto la luna piena.
Iniziarono a giocare con l’acqua finché non si spogliarono completamente, si tuffarono e raggiunsero l’Isola del Pesce. Saliti in cima, si sedettero a guardare le luci lontane delle isole abitate, videro un traghetto sbuffante che faceva la spola, contarono le stelle sulla loro testa e, simili ad angeli al sapore di sale, si amarono perdutamente.
Tornati a Vienna fecero una grande festa per ringraziare parenti ed amici della vacanza. Mostrarono a tutti le foto più belle e il filmino girato. Ingrid andò dal parrucchiere e si fece fare dei colpi di sole che le illuminavano di più il viso e si comprò un nuovo vestito rosso fuoco, come il suo cuore.
Marc fece molta fatica ad indossare giacca, cravatta e mocassini e un po’ meno a licenziare la segretaria bionda, prestante ed inefficiente.
Assunse al suo posto una signora elegante, della sua età ma bravissima che sbrigava il suo lavoro velocemente e così lui aveva più tempo per tornare a casa in orario e con meno stress.
Certo non tutto era risolto. Ma avevano intrapreso una buona strada per capirsi, smussare gli angoli, sopportarsi. Perché questo vuol dire veramente “per sempre.”
A Natale, sotto l’albero più splendente che avessero mai avuto, lui ebbe in dono una maschera ed un paio di pinne azzurre come il mare, e lei una busta con due biglietti aerei ed una prenotazione di nove giorni, per metà giugno per un villaggio di un’isola con un nome di un Santo e con di fronte un’altra piccolissima che si chiama l’Isola del Pesce.
Perché quell’isola è magica. Cura il mal d’amore, come nessun altro rimedio al mondo.
Non ci credete? Provateci! L’Isola del Pesce è sempre lì, pronta ad aspettarvi come una sirena stesa a prendere il sole.

inviata da: Bia, mercoledì 8 febbraio 2006

 

 

 

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