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Stazione

Quando ti ho visto salire sul treno non ho avuto il tempo di provare nulla.
Quel dolore che appartiene al saluto, l'abbraccio che precede il distacco, lo sguardo che prosegue l'addio, non c'erano, non si manifestavano come avevo previsto. Provai una strana sensazione di benessere come se fossi scampata a un copione difficile da interpretare o forse solo allo strappo inammissibile dalla seta del mio abito preferito…Una strana sensazione indenne ai codici delle emozioni.
Una beatitudine ossigenata di pura indifferenza mi riempi i polmoni mentre scendevo le scale che conducevano all'uscita del tunnel dei binari.
I miei tacchi risuonavano nelle mie orecchie sorde ai passi affollati da estranei che calpestavano i miei. La valigia non era leggera come il suo contenuto. Cominciava a pesarmi. La passai nell'altra mano. Potevo fermarmi a riposare. Che fretta avevo? Nessuno mi aspettava. Rallentai. Salii le scale che conducevano all'uscita del tunnel dei binari.
Mi ritrovai nella luce assordante dell'atrio della stazione. Fu in quel momento che mi colse la tua mancanza. All'improvviso la testa cominciò a girarmi come una giostra, sempre più velocemente. Non riuscivo a focalizzare neanche un appiglio, eppure rimanevo in piedi, senza perdere l'equilibrio. Poi tutto si fermò senza mutare nulla, eccetto il mio punto di vista. La folla mi passava davanti come prima, il cartellone indicava le stesse partenze, gli stessi arrivi, gli stessi binari, le stesse destinazioni. Ma io ero vuota come la mia valigia pesante di assenza. Vidi la tua lontananza, la tua distanza, la tua mancanza.
Il tuo sguardo correva sui binari d'acciaio, i tuoi capelli sventolavano dal finestrino delle mie dita, il tuo odore scoloriva sul mio abito candido. Pensai al nostro tempo immaginato dalle mie pagine bianche, in attesa dei nostri giorni d'inchiostro. Era così lontano, infinito e finito, come il fischio del treno e il suo eco.
Uscii dalla stazione. Il cielo pioveva con me.
Il tassista era gentile e la valigia sedeva accanto a me. La pioggia scivolava lacrime stanche sulla superficie del mio impermeabile. Le guardavo svanire sul sedile azzurro, senza lasciare aloni sudati di ricordi sulla tua camicia azzurra, spogliata sul pavimento complice del nostro possederci.
La mancanza aumentava la distanza. La distanza aumentava la mancanza.
"Ava-nza-ava-nza-ava-nza-..." gridava il tergicristallo per disperdere le gocce di pioggia, che invadevano di dubbi senza uscita il vetro delle mie ragioni.
Il dolore cresceva lentamente, come solo il dolore sa fare per farti male.
Come il trapano del dentista. Come un sassolino nella scarpa.
Come i rimorsi nell'album dei rimpianti. Come i sogni nell'album dei ricordi.
Come la paura di crescere. Come la paura di rimanere bambino.
Come la paura di vivere. Come la paura di morire.
Come la paura di avere paura...
Sono arrivata al mio indirizzo. Sono scesa dal taxi.
Il tassista era gentile. Gli ho lasciato la mancia.
Le chiavi non hanno fatto storie. E neanche le serrature.
Si sono riconciliate per ricondurmi a casa.
Ho acceso la luce. Ti ho tolto di dosso.
La valigia si è seduta all’ingresso più stanca di me.
Mi sono guardata allo specchio. Ho visto mio padre.
Ti ho voltato le spalle. Ho bevuto un bicchiere di vino.
Mi sono lavata i denti. Ho indossato il tuo odore.
Ti ho scritto una lettera. Ho spento la luce.
Ho abbracciato il tuo nome sulle rotaie dell’oblio…

inviata da: Chiara Montenero, mercoledì 8 febbraio 2006

 

 

 

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