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Nostalgia

C'era una volta Nostalgia.
Nostalgia non conosceva le sue sembianze perché nel suo castello non esistevano specchi né facce.
I suoi capelli erano solo fili che crescevano sulla sua testa imprevista.
Le sue mani avevano dieci appigli per infilarsi i vestiti, stringere la forchetta, stropicciarsi gli occhi, aprire e chiudere le finestre.
Il suo corpo lo poteva vedere: due capezzoli scuri appuntiti sui seni candidi, un foro tappato al centro del ventre, un triangolo di peluria tra le cosce, due gambe per camminare che potevano piegarsi in due per permetterle di sedersi quando era stanca, due piedi con dieci appigli uguali a quelli attaccati alle braccia, ma più corti e più tozzi che, probabilmente, erano il suo piedistallo.
La testa era una sfera imperfetta. Oblunga. A uovo. Gli occhi avevano due tendine con le frange che si aprivano e si chiudevano ritmicamente. La notte erano chiuse. Ogni tanto si riempivano di acqua salata che colava giù bagnandole le guance.
Nostalgia non conosceva il suono delle parole, ma solo le chiacchiere dei pensieri che le tenevano compagnia facendola sorridere, arrabbiare e a volte la rendevano triste.
Il suo castello aveva tante stanze tutte uguali. Tutte vuote.
In ogni stanza abitava un giorno diverso e ogni giorno era scritto con un gessetto sulla lavagna. Ogni mattina Nostalgia cancellava con il cancellino un giorno scaduto e ne disegnava uno nuovo.
Nostalgia non conosceva il Decamerone e non aveva nulla da ricordare per arredare le sue camere. Possedeva solo le fotografie scattate agli amici Sogni durante le sue vacanze notturne. Ce n'era una che le piaceva moltissimo. Era un Sogno a colori e aveva le sue stesse forme. I capelli erano molto più corti dei suoi, i seni erano sgonfi e i capezzoli non erano stati temperati, ma gli appigli corrispondevano ai suoi. Dieci e dieci. La bocca mostrava quelle piccole perle bianche, lucide come la porcellana, forti come la pietra, che lei usava per masticare il suo pranzo. Era un sorriso, ma lei non lo sapeva.
Il suo dizionario muto lo chiamò Uomo perché quello fu il suono emesso dalla sua voce imprevista la prima volta che lo vide.
Uomo divenne il suo unico arredo. Lo metteva ovunque: sul prato, nel cielo, sul tramonto, sul comodino, nel piatto, sul letto, sul divano... Lo disegnava e lo cancellava continuamente da ogni stanza, da ogni giorno. Tutti i giorni con nostalgia…
Fu così che Nostalgia prese coscienza di sé e del suo destino.
Uomo divenne lo specchio in cui riconoscere il suo volto e la sua anima, il Sovrano del suo Regno di Attesa al quale regalò il suo castello e il suo album dei Sogni, per arredarlo senza limiti di desideri. Gli lasciò le chiavi sotto lo zerbino e se ne andò prima che lui arrivasse per non incontrarlo.
Non ebbe mai notizie di Uomo, né della sua esistenza, ma portò con sé la fotografia a colori della sua nostalgia.
Da allora Nostalgia ha cambiato indirizzo. Ora abita nel Dizionario delle Grandi Emozioni e il suo nome non ha rivali di sinonimi in grado di recitare la sua verità sul palcoscenico dei Sentimenti.
Uomo non ha mai abbandonato il suo castello, né la sua corona. Ancor oggi siede sul trono del Regno di Attesa, amato e venerato dai suoi sudditi e discepoli, apostoli della sua Parola, figli devoti di una sola divinità-madre di nome Nostalgia.

inviata da: Chiara Montenero, mercoledì 8 febbraio 2006

 

 

 

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