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Dalle tenebre alla luce

Sembrava una domenica come tante…sentivo le campane in lontananza e avvertivo il calore di un raggio di sole filtrato dalla finestra appena socchiusa. Ho aperto gli occhi e ho carpito il suo sguardo fisso nel vuoto, il suo viso scuro e contratto e quasi avevo la sensazione di palpare i suoi pensieri di distruzione, di decisione finale. Ero li, immobile, avevo perfino paura di respirare come se qualsiasi mio segno di vita avesse avuto la capacità di rendere improvvisamente concrete tutte quelle sensazioni. Mi cullai per qualche istante nel ricordo di ciò che era stato…

Max… lui mi aveva cercata,voluta..era riuscito a conquistarmi con “l’Inquietudine”di Pessoa, con i suoi pensieri troppo profondi sul senso della vita, con il suo amore troppo perfetto…lui mi “baciava l’anima”ogni sera prima che io mi addormentassi e dolcemente “poneva petali di rose sul cuscino”perché i miei sogni sapessero di buono. La decisione della casa arrivò quasi subito e per volere di entrambi….avevamo bisogno di un nido, di un posto solo nostro per guardarci negli occhi e tenerci stretti a dispetto di quanti ci esortavano ad aspettare ancora.
Nei mesi seguenti la nostra casa prese forma ma, stranamente…avvertivo un senso di smania sempre crescente in lui, la mia gentilezza lo turbava,la mia dolcezza lo irritava….credetti erroneamente che la scelta di cambiare vita gli stesse facendo provare quella sorta di paura comune a tutti gli uomini, nel momento in cui decidono di svoltare.
Credevo e aspettavo, da donna innamorata.
Ogni giorno speravo che quella situazione di sospensione avesse fine…mi sentivo impotente dinanzi alla sua mancanza di desiderio, al suo disinteressamento… cercavo disperatamente consolazione nella mia immagine riflessa allo specchio….vedevo i lunghi capelli biondi che lui aveva toccato e odorato incorniciarmi il viso, il mio corpo esile ma dalle curve dolci che lui aveva accarezzato con voluttà, la mia bocca rosa che lui aveva baciato con passione…e non capivo per quale ragione tutto stava precipitando a picco senza che io potessi agire in alcun modo.
Avevo ormai una sensazione della realtà completamente distorta….dalla finestra della mia casa vedevo solo diabolici tramonti e temevo l’arrivo della sera che mi avrebbe causato ancora altro dolore…ancora indifferenza, mutismo, mancanza di chiarezza, sguardo perso nel vuoto, mancanza di gesti e carezze. Io l’amavo, disperatamente. Volevo capire cosa era cambiato.
Progettai un viaggio a Parigi per il suo compleanno….ricordo ancora con quanto entusiasmo organizzai il tutto nei minimi dettagli…soggiornavamo vicino all’Opera…avremmo camminato stretti stretti per le strade del centro con una crepe tra le mani come nei film francesi , tra il Quartiere Latino e gli Champs Elisee… con quella tenera sensazione di malinconia e dolcezza che solo una città come Parigi può trasmettere. Ed effettivamente sembrò che Parigi fosse riuscita nella sua magia per qualche giorno….ma era solo la miglioria che precede la morte.
Dinanzi alle sue stranezze non ero più lucida…piangevo, parlavo da sola, giravo per la casa come una trottola impazzita, pregavo, gli chiedevo se mi amasse ancora, cosa volesse da me…ormai il mio dolore era sordo,avevo somatizzato e credevo che un giorno o l’altro non avrei neppure più avuto la forza di alzarmi e continuare a vivere.

….mi alzai quasi di scatto…il corpo mi faceva male in ogni dunque…mi lavai e vestii a fatica come se fosse l’ultimo grande sforzo da compiere prima del colpo finale che mi avrebbe liberata da questo enorme fardello che portavo sul cuore. Lui mi aspettava diritto,impettito, con lo sguardo di ghiaccio e cercava in me, nella mia incapacità di gestire le emozioni, l’ultimo appiglio per poter sostenere che così non era il caso di continuare e… uscire definitivamente di scena.
Io lo guardai e quei secondi mi sembrarono ore…cercai nei suoi occhi quell’amore che li aveva animati di una dolcezza speciale fino a pochi mesi prima, ma vi trovai solo vuoto ed inespressività …. capii che era sul punto di non ritorno e che stava raccogliendo tutte le sue forze per convincersi della bontà della decisione e sentirsi meno in colpa per quello che di li a poco avrebbe fatto.
Chiusi la porta di casa come una mannaia e dietro i miei occhiali da sole, sentii arrivare le prime lacrime di abbandono.
Era appena tramontato il sole quando tornai a casa….pregai per tutto il vialetto, le scale e fino all’uscio della porta perchè lui fosse ancora li…misi la chiave nella toppa, quel giro mi sembrò interminabile…vi proiettai tutta la mia speranza dentro…buio…non c’era più nulla di suo.

Svuotata, svuotata…ridotta a brandelli, il dolore mi stringeva il petto in una morsa troppo stretta per poter respirare…affannavo e annaspavo, a un certo punto credevo che la morte potesse essere l’unica soluzione per porre fine a questo strazio ma non ne avevo il coraggio.
Mi sentivo malata, avrei voluto essere trascinata su una brandina tutto il giorno, avrei voluto che qualcuno si prendesse cura di me, mi dicesse cosa dovevo fare minuto dopo minuto.
Restai appallottolata a letto per giorni, stringevo una sua maglietta, l’ultima con la quale aveva dormito e che portava ancora il suo odore…pensavo a cosa non avevo fatto,a cosa avrei potuto ancora fare…ero frastornata dal dolore…mi trascinavo da una stanza all’altra e passando dinanzi allo specchio ebbi l’impressione che a riflettersi era un corpo che non conoscevo, stanco e ormai esanime.
In una delle mie notti agitate in cui i pensieri si affollavano e sembravano risucchiarmi senza via d’uscita, credetti di essere vicina alla fine….mi strinsi al cuscino e mi abbandonai a questa sensazione senza contrastarla…sentii il mio cuore pulsare piano, le mie mani fredde… il malessere mi invase tutta e realizzai di essere sola, sola con me stessa e con il mio dolore.
Mi svegliai prestissimo…feci tutto ciò che normalmente facevo quando lui era accanto a me…preparai il caffè, sistemai le tazze nel lavabo, mi vestii con cura, andai al lavoro….volevo incontrarlo ancora, leggere nei suoi occhi…credevo che quell’incubo durato tre giorni avesse fine e che ben presto mi sarei risvegliata ancora una volta accanto a lui come se niente fosse accaduto.
Il mio amore gli avrebbe perdonato tutto, tutto…anche la sofferenza di quei giorni.
Andai a cercarlo in pausa pranzo…lo trovai, era tranquillo, come se niente fosse accaduto…parlava con il suo collega e mangiava un tramezzino….già…mangiare…e chi aveva più pensato a questo dettaglio nei giorni precedenti? Le mie gambe erano divenute due giunchi…quella gonna verde che indossavo mi cascava un po’ dappertutto e il mio viso era ancora più esile….se solo lui mi avesse abbracciata ora si sarebbe accorto subito di tutta la mia sofferenza.
Dall’emozione il cuore sembrava impazzito…alla sua vista il mio magone si era improvvisamente dissolto…accennai ad un sorriso, lo invitai ad uscire fuori con me per parlare.
Notai che i suoi discorsi erano inconsistenti…si appellava ad incompatibilità inesistenti, a scelte veloci, a non chiarezza di idee…ma io sapevo che l’unico vero problema era l’amore….quando aveva smesso di provarlo? Quel giorno in cui cucinavo il risotto o gli stiravo la camicia? Quando gli massaggiavo la schiena o quando piangevo mentre guardavamo insieme “La vita è bella”? Quando..quando i suoi 31 anni non gli avevano permesso di dare il giusto peso a ciò che io gli stavo donando…perché ancora credeva che c’era tanto tempo dinanzi, che avrebbe potuto fare tante altre cose prima di fermarsi ….perché credeva ancora che la vita gli avrebbe riservato di meglio…
Appariva sicuro di ciò che diceva ….ed io avrei voluto urlare “Fermati! Perché vuoi soffrire ancora prima di capire…perché vuoi altre delusioni prima di riconoscermi come donna della tua vita…perché mi fai questo, perché ti fai questo?”. E invece tutto ciò che riuscii a fare fu piangere…perché sapevo che queste cose non si possono spiegare…perché sapevo che solo il tempo e l’esperienza sarebbero riuscite a fargli comprendere quale delirio d’onnipotenza l’avesse condotto a quella folle decisione.

Tornai a casa…lo vedevo in ogni luogo….il mio cervello era come annebbiato…cercai conforto nelle persone che lo conoscevano. Mi dicevano di stare serena…ma nessuno, nessuno poteva comprendere la verità che avevo compreso io…mi parlavano di fatti, aneddoti.. nessuno riusciva a cogliere il peccato commesso verso l’amore…l’ incapacità di quest’uomo di riconoscerlo, la fuga ingiusta, il rifiuto per me..anche per la mia sofferenza.
Era arrivato ad accusarmi di mentire, di coinvolgere chi gli era più vicino per il semplice gusto di screditarlo……mi aveva perfino detto che il progredire della mia “endometriosi”, malattia di cui era a perfetta conoscenza fin dall’inizio della nostra storia, era per me uno strumento per acuire i suoi sensi di colpa.
Mi sentivo provata nel corpo e nello spirito…volevo solo dissolvermi nell’aria e fluttuare liberamente come un’anima alla ricerca di un nuovo corpo sano che volesse ospitarla.
Erano giorni in cui il pensiero di lui non mi abbandonava mai e il mio corpo non tardò a darmi segnali di disagio…il dolore all’ovaio sinistro era aumentato…sentivo un altro cuore che pulsava in corrispondenza del bacino..provavo sollievo solo nella grossa vasca circolare delle terme, in quell’acqua tiepida che mi riportava pscologicamente al liquido amniotico del grembo materno.…ripetevo a me stessa” acqua purificami, aiutami a star meglio” e così facendo mi sembrava di essere più vicina all’oblio.
Alternavo momenti in cui pensavo di farcela e mi sentivo più forte …. allora raccattavo tutta la sua roba rimasta in casa, la portavo in cantina, cambiavo la serratura della porta, cambiavo la disposizione ai mobili…ad altri in cui le lacrime mi sorprendevano all’improvviso e un grande senso di scoramento sembrava invadermi tutta….e quelli che potevano sembrare piccoli passi in avanti verso un maggior equilibrio, diventavano patetici tentativi di tenersi a galla in un mare di contraddizioni sempre più fitte.
Ogni volta che avevo contatti con lui la situazione peggiorava: mi accusava, si difendeva… non riuscivo a capire perché non riusciva neppure a trattarmi con l’umanità e il rispetto che normalmente possono essere riservate anche alle persone che non si amano più ma verso le quali si è provato un profondo affetto. L’animo umano è strano e mi atterrisce…la paura può rendere realmente capaci di qualsiasi cosa, di qualsiasi crudeltà.

Una mattina avvertii che qualcosa stava per accadermi..il cielo era particolarmente terso ed io avevo trascorso una notte insonne…i miei dolori al basso ventre non mi avevano lasciato respiro … questa volta non potevo confonderli con il mio mal d’amore anche se, tra i due, non riuscivo chiaramente a percepirne la differenza.
Andai in ospedale…strada facendo mi accorsi che Natale era ormai alle porte…le vie erano piene di lucine e l’atmosfera era così soffice che sembrava di camminare sull’ovatta…i negozi erano pieni di gente che neppure sapeva della mia esistenza… ciascuno aveva la sua storia, il suo amore sicuramente più felice del mio…ed io in quel momento avrei voluto proiettare la mia insignificante vita nel corpo di una di quelle ragazze con lo scintillio negli occhi , il sorriso a fior di labbra e i pacchetti dorati e infiocchettati tra le mani.
Il dottore fu chiaro: l’intervento doveva essere immediato, era in serio pericolo anche l’ultimo ovaio rimasto…accettai la notizia senza una lacrima,senza un sussulto…avevo solo paura di affrontare tutto quanto senza poter stringere la sua mano prima di entrare in quel limbo che era la sala operatoria. Avevo bisogno del suo conforto,di sentire il suo cuore accanto al mio, dei suoi occhi rassicuranti, di sapere dalla sua voce che potevo farcela, che ci sarebbe stato ancora il sole per me….E invece rimasi li ad aspettare…lui non venne…mi disse che non sarebbe stato giusto essere li….la barella arrivò ed io volevo solo dormire,acquietare il mio cuore ferito,stemperare l’angoscia in una anestesia risolutrice. Era buio dentro di me,mi ero persa, persa definitivamente….forse non esistevo già più, mi ero dissolta nell’ultimo e tragico tentativo di ritrovare almeno il suo affetto.

Sentivo voci lontane…vedevo luci sfocate…c’era qualcuno che mi sorrideva , mi accarezzava i capelli e una voce dolce, come una nenia, mi chiamava per nome…stavo riemergendo come dal fondo di un pozzo, come dal ventre della terra…mi stavo risvegliando…ero ancora viva,viva.
Dalle tenebre alla luce...e non potevo più ,dinanzi a tanto abbaglio, tornare ancora indietro.

inviata da: Antonella F., mercoledì 8 febbraio 2006

 

 

 

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