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Mort Subite

Eravamo al Dottor Sax e stavamo bevendo birra ad un tavolo appartato mentre un gruppo rock cittadino si esibiva sul palco; erano bravi quei ragazzi, ma il loro ritmo contagioso, anziché esaltarmi, mi buttava sempre più giù.
Matteo aveva ordinato una lambic framboise dall'etichetta agghiacciante, rosso sangue, con un nome che sembrava un titolo di Edgar Allan Poe: Mort Subite. Lo osservavo con la coda dell'occhio: non indossava i jeans quella sera, ma un paio di pantaloni di tela militare e una t-shirt verde scuro; lo trovavo elegante, diverso dal solito, meno macho. Diverso in tutti i sensi. C'era stata una breve storia fra di noi, assolutamente imprevista (non eravamo gay) e troppo dominata dalla sua imbarazzante fisicità; l'avevo interrotta io stesso, ma eravamo rimasti, come si suol dire, buoni amici. Quella sera però mi voltava le spalle, non mi degnava neppure d'uno sguardo. Mi domandavo cosa ci fosse che non andava in me: forse il mio look dimesso, una maglietta azzurro polvere sui soliti jeans, le scarpe da ginnastica, i capelli tirati indietro in una coda di cavallo disordinata, gli occhi sbattuti di chi dorme troppo poco. Eppure lo specchio nell'angolo mi rimandava un'immagine niente male.
- Non ti riconosco più, Emmanuel - mi disse ad un tratto, quasi mi avesse letto nel pensiero - Una volta non ti saresti tenuto. Cazzo, quella volta al Patio ti sbavavano letteralmente addosso, ricordi? -
- Già, - dissi asciutto - peccato che io non abbia nessuna intenzione di ballare -
- Perché? -
Non risposi alla sua domanda; la ribaltai su di lui:
- Tu, piuttosto, perché vuoi che lo faccia? -
Alzò le spalle.
- Così. Sarebbe divertente -
- Divertente vedere tutta quella gente che mi mette le mani addosso? -
- Tranquillo, - rispose - hai la tua guardia del corpo -
- Non è questo il punto - dissi.
Stavo per chiarirgli qual era il punto, quando due ragazze, una bruna e una rossa, si avvicinarono a noi.
- Hai da accendere? - gli chiese la rossa sedendosi sul tavolo. La gonna, già di per sé corta, le salì quasi all'inguine. Matteo le accese la sigaretta. La ragazza aspirò qualche boccata e gli soffiò il fumo in faccia. Intanto la bruna s'era seduta fra me e lui. Emanava un profumo intenso che mi faceva venire la nausea. Ero molto seccato, non vedevo l'ora che si togliessero dai piedi, ma Matteo dava loro corda.
- Come ti chiami? - mi chiese la bruna. La guardai, era carina. Abbassai subito gli occhi.
- Giorgio - risposi.
- Sei un gran figo, Giorgio - disse lei senza tanti giri di parole.
- Sono gay, tesoro, e di quelli passivi - dissi imperturbabile - Che peccato, eh? -
Matteo scoppiò a ridere. La ragazza mi fissò stranita.
- È il tuo ragazzo? - gli chiese.
- No, a me piacciono le donne -
- Meno male - commentò la rossa. La bruna invece mi rivolse un sorriso compassionevole e disse:
- Ti va se ne parliamo un po'? Magari ti fa bene -
- Non ci siamo capiti - risposi - Sono proprio frocio, assolutamente irrecuperabile -
Matteo rideva come un matto. La ragazza comprese che non avevo voglia di fare conversazione. La rossa fingeva di ascoltare la musica e batteva il tempo sul tavolino con le sue insopportabili unghie lunghe laccate di nero. Dopo un po' disse a Matteo:
- Non ci sono sedie libere, posso? -
- Prego, fa' come se fossi a casa tua - rispose lui. La ragazza si sedette sulle sue ginocchia. Lui teneva le mani a posto, ma non sembrava indifferente. Di sicuro la ragazza sentiva qualcosa d'interessante attraverso i suoi pantaloni, perché ad un certo punto si voltò a guardarlo con evidente ammirazione e disse però. La bruna comprese e cominciò a sua volta a stargli appiccicata. Lui le lasciava fare. Ad un certo punto mi rivolse un breve sguardo d'intesa. Era evidente come sarebbe finita quella serata, ed era altrettanto evidente che una delle due sarebbe toccata a me.
Appoggiai le mani sul tavolo, mi alzai ed uscii senza dir nulla.
Mi misi a passeggiare sotto i portici di piazza Vittorio con le mani in tasca, prendendo a calci tutti gli oggetti che incontravo; un tossico mi abbordò, mi chiese dieci euro. Lo guardai con ferocia, stavo per mettergli le mani addosso, quando Matteo mi raggiunse di corsa e lo allontanò con uno spintone. Ricominciai a passeggiare come se nulla fosse successo. Matteo mi stava accanto in silenzio.
- Che ti prende? - chiese.
- Niente - risposi cupo.
Mi passò un braccio intorno alle spalle. Mi fermai a testa bassa.
- Dài, che c'è? -
Cercò di sollevarmi il mento, ma distolsi il viso.
- È solo che non mi va di precipitare nello squallore - risposi.
- Dài, andiamo, - disse - ti riporto a casa -
C'incamminammo verso la macchina.
Durante il tragitto verso casa non dissi una sola parola. Ero di umore nero, avevo la gola contratta, non sapevo che fare.
Trovai una scusa stupida, dissi che volevo vedere le stelle cadenti. Non era neppure il periodo giusto. Matteo non disse nulla: mi accompagnò in collina e ci mettemmo a guardare il cielo sdraiati in un prato. Lui se ne stava supino con le ginocchia piegate e le mani dietro la nuca, senza parlare. Avevo il cuore in gola.
- Ho un mal di stomaco terribile - dissi, ed era vero. La mia voce tremava un po'. Lui si riscosse e si voltò a guardarmi.
- Forse hai preso un colpo di freddo, sei uscito in maglietta - disse preoccupato - Dov'è che hai male? -
- Qui - risposi. Presi la sua mano e la appoggiai sopra la mia maglietta, dove sentivo quella fitta dolorosa.
- Qui c'è il cuore, non lo stomaco - disse.
Alzai gli occhi nei suoi.
Quasi piansi per la commozione quando mi ritrovai fra le sue braccia. L'abbraccio avvolgente dei suoi possenti muscoli mi faceva sentire di nuovo a casa, al sicuro.
Ero sconvolto dallo stupore, non mi ero mai sentito così. Tremavo tutto, fremevo, vibravo come la corda di una chitarra sotto il tocco delle sue dita, ansimavo, circondavo il suo collo con le braccia, lo attiravo a me, lo stringevo convulsamente, poi ricadevo all'indietro inarcando la schiena, lui mi baciava la fronte sussurrando calmati ma io mi sentivo impazzire, pronunciavo frasi sconnesse simili a quelle che si dicono nel delirio della febbre, ti prego ti prego ancora sì così stringimi toccami guardami guardami adesso, lo fissavo negli occhi lasciando che leggesse nei miei tutto quello che provavo, attimo per attimo; finalmente mi placai, c'era solo il mio respiro e il battito accelerato del mio cuore, così forte che potevo sentirlo; poi si fece silenzio, trattenni il respiro, gli occhi nei suoi; ci fu un attimo di vuoto, io e lui sospesi sull'abisso, un'estasi stupefatta, un'irresistibile tentazione di morte; sorrisi, rovesciai la testa all'indietro con un gemito e lasciai che la vita fluisse dal mio corpo. Non ho mai avvertito con tanta chiarezza il valore simbolico di quell'atto.
L'anima mi sfuggì dalle mani, la vidi allontanarsi, svanire, perdersi in alto come un aquilone strappato dal vento. Entrai nel ventre oscuro di una primordiale innocenza, il cielo si richiuse sopra di me. Due parole soltanto galleggiavano rosse nel buio: Mort Subite.




inviata da: Emmanuel, mercoledì 8 febbraio 2006

 

 

 

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