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SENSAZIONI DI SOLITUDINE

La strada di pietra corre lungo il paese, le botteghe aperte, le donne anziane sedute sull’uscio di casa ricamano e rammendano vecchi calzini scuri. Due bambini si rincorrono, un cane dai colori spenti abbaia ad un passante. Il profumo del pane caldo, appena sfornato, si staglia nei ricordi delle domeniche di festa, quando per lui e i suoi fratelli era un giorno diverso.
Niente è cambiato, tutto è rimasto identico a vent’anni prima, come un disegno a pastello, leggero ed effimero.

Via del Grano, alle prime luci del mattino viva e piena di gente, appare a tarda mattina già spenta e triste, quando le quattro bancarelle del mercato vengono smantellate e la frutta marcia abbandonata all’angolo della strada.
La piccola fontanella grigia, dalla quale sgorga acqua ghiacciata, di montagna. Le poche case, basse e di ciottoli, faticosamente costruite per ospitare numerose famiglie.
Ad una piccola finestra spuntano graziosi vasi di gerani. Quella finestra.. quelle mura. La dolce Sara, la bambina dalle gote rosate e gli occhi azzurri, limpidi. Immaginandola, riesce quasi a sentire la sua risata buffa, sull’altalena, le sue parole: “staremo insieme per sempre io e te!”.
Quante cose sono cambiate.. chissà dov’è quella bambina sorridente che lo teneva sempre per mano e parlava con le parole dei grandi. Non l’aveva più vista dopo la partenza per il collegio.
Si erano scritti molto, per anni, e poi piano piano le lettere si erano fatte sempre più rade. Forse ho cominciato io a non risponderle più, per qualche ragione assurda. Sicuramente, doveva andare così.

Scolorito dagli anni e dalla povertà, il numero 8 pare raccontare mille storie. Di persone, di fatti, di guerra, di solitudine.
La facciata rosata ha perso ormai il suo splendore di un tempo. L’intonaco è completamente rovinato, abbandonato a se stesso. Quante volte mi sono ripromesso di metterlo a posto, di tornare e ridipingere quella facciata: la casa dove sono nato e dove adesso lei consuma i suoi ultimi giorni.
Perché non sono più venuto dopo la morte di mio padre? L'egoismo e la paura mi hanno sopraffatto. Hanno giocato su di me un ruolo di freddi assassini.

Un’anziana donna compare davanti a me. I capelli bianchi e corti, forse legati. Mi sorride e senza dire una sola parola mi conduce dentro casa.
L’odore forte del legno mi entra nel cuore. Tanti ricordi riaffiorano alla mente. Saranno almeno dieci anni che non metto piede in questa casa. Il mobilio è identico, il divano sorretto da un portacenere di marmo, su un lato, com’era da quando quella sera mio fratello si buttò con una rincorsa addosso ai cuscini colorati. Sentimmo un rumore, e il divano rotto.
Non avevamo soldi per aggiustarlo o comprarne uno nuovo, e così mio padre piazzò lì sotto il portacenere della zia, umile dono di nozze.

La porta della sua camera è aperta. Entro piano, quasi per non darle fastidio. E’ nel letto, le lenzuola le coprono il viso. Le da fastidio la luce, o la vita, ormai.
Si volta verso di me, sembra guardarmi. Una persona anziana e malata. Gli occhi gonfi, forse di lacrime o di sonno arretrato. La pelle violacea, lo sguardo triste, i pochi capelli arruffati.
Non riesco a riconoscerne i lineamenti di mia madre; la donna bellissima che ci accarezzava il viso alla sera e di giorno ci sgridava, con la stessa dolcezza.
Muove piano una mano, o quello che ne resta. Il cancro sembra averle divorato ogni briciola della sua carne. Si distinguono le ossa, ogni falange pare spezzarsi da un istante all’altro.
Trema, la sua mano.
Si avvicina lenta ad un bicchiere semivuoto, d’acqua. Cerca di afferrarlo. Una, due, tre volte.
Lo avvicino alla sua bocca, beve.

Troppo tempo ho aspettato. Mi sono deciso tardi a voler tornare da lei, a perdonarla di una colpa non sua.
Mi guarda. Sembra volermi dire qualcosa. Le accarezzo quella pelle sciupata e lacerata. Le sorrido.
La camera odora di malattia e di medicine ormai inutili, come lei.
Me ne vado. Non riesco a guardarla così.

inviata da: DolceLaura, sabato 11 febbraio 2006

 

 

 

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