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SILVIA E' ANCORA VIVA?

Contavo lenta i minuti nei quali riuscivo a trattenere il respiro. Uno, due, tre. Violacea in viso, gli occhi sbarrati. Poi, una risata anomala ad interrompere quel piacevole gioco.
Mi sedevo su un calorifero, osservavo solo una pianta, fuori dalla finestra. Le persone mi passavano accanto, vedevo le loro labbra muoversi, come stupidi pesci in un acquario senza vita. Non uscivano parole, dalle loro bocche. Mani calde e ossute toccavano la mia pelle, rovi spinosi e attorcigliati, detestabili a tal punto da digrignare i denti e spaventarli, per sempre.
Mi dilettavo a rimaner seduta in metropolitana, tutta la mattina. Cambiavo posto, ogni tanto. Mi sdraiavo alla fine del percorso, quando nessuno sguardo incrociava il mio mare di follia. Vedevo, in lontananza, cubi colorati, altri scuri, cubi gonfi, pieni di qualcosa che non riuscivo a definire. Danzavano presuntuosamente vicini a me, ma abbastanza lontani da non poterli toccare se allungavo un arto: un piede, un braccio.
Li facevo muovere avanti e indietro con la sola forza del pensiero. Avanti e indietro, sempre più forte, sempre più con rabbia, con foga. Poi, si scontravano e cadevano a terra frantumandosi, in mille pezzi di cristallo.
Una volta un tizio mi punzecchiò su un fianco, dovevo essermi addormentata. Quel dito lungo e rugoso mi innervosiva. Nessuno aveva il diritto di sfiorarmi, di toccare il mio fianco sinistro. Io ero la sola donna al mondo di cui il mondo doveva fare a meno.
Dipingevo quadri, la notte. Non volevo dormire. La mia perfezione mi imponeva di restar sveglia, ma al buio. Solo una candela puzzolente, regalo assurdo di una collega dall'odore di violette, mi illuminava nella realizzazione di capolavori che mai nessuno avrebbe potuto eguagliare, ma che mai nessuno avrebbe potuto vedere.
Ero così perfetta da non poter condividere niente con il genere umano e se quell'ammasso di peli del mio barboncino entrava nella stanza mentre il genio della mia persona lavorava, dovevo decidere se dargli un calcio e mandarlo via o se quello era un momento adatto per farlo compiacere della mia Arte.
Se abbaiava, un calcione sullo stinco, dove avevo appurato lo faceva soffrire di più, non glielo levava nessuno.
Doveva arrivare nella mia stanza e fermarsi sulla soglia. Doveva chinare il muso, in segno di rispetto, e dimostrare la determinazione giusta. Poca, se la mia energia vitale era alle stelle, tanta, se in quel momento i miei occhi avevano deciso di chiudersi e avrei dovuto punirmi a dovere. Come, non lo so. Quell'ammasso di pulci veniva sempre a disturbare il mio sonno, ed io lo odiavo per questo.
Avrei dormito il giorno dopo, sul calorifero, mentre la donna puzzolente di violette parlava di quell'insulso sentimento chiamato Amore, al quale avevo smesso di credere, da millenni.
Avrei passato la mattina, se non avevo voglia di andare a lavoro, in metropolitana e tutti si sarebbero chiesti se Silvia era ancora viva.

inviata da: DolceLaura, sabato 11 febbraio 2006

 

 

 

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