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Lettera al marito



Carissimo,



ora che non ci sei ti voglio dire amore,

questa parola così usata, abusata,

scontata, ripudiata, respinta.

Io, qualche volta, l’ho sentita salire

lungo il tunnel del cuore, arrivare

sull’orlo delle labbra, come sull’orlo

di un pozzo profondo, e lì sentire

presto la vanità della parola,

la sua inutilità, la sua importanza.



Ed ho taciuto.



Altre volte, guardando la ruga

precoce della fronte, lunga e profonda

come una ferita, avrei voluto passare

lieve su di essa la mia mano, come

si fa con l’abito sgualcito e la sua piega.

Alla punta delle dita

avrei voluto affidare

la parola “amore”,

ma il gesto incompiuto

s’innalza come un muro,

un aborto di sorriso.



Ed ho taciuto.



Quella volta, ricordi; quella rara volta

che ti vidi brillare negli occhi

una lacrima cocente come l’oro fuso,

e battesti, muto, il pugno

sulla tavola, senza un urlo, un fremito,

una bestemmia,

mi corse come un’ala di rondine la parola

amore, nei cieli solidali del mio animo,

ma il volo si fermò sulla tua piega amara,

e ancora non la dissi.



Ma stanotte, che mi manchi,

e mi manca la tua persona amata

il tuo essere uomo, il mio compagno,

stasera che mi sento naufragare

e i tuoni del silenzio sono più forti e cupi

stasera ti chiamo amore, amore, anzi lo grido,



AMORE!

inviata da: Annysea, venerdì 12 febbraio 2010

 

 

 

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