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Pierrot


La maschera di Pierrot


Spesso vago,
delirando,
in cerca di una dispersa favola,
ma poi l’orrore,
e tremano i miei denti.
Campi di grano finti
e luminosi sentieri,
delle foglie i fruscii,
acque che sgorgano da ruscelli dipinti,
s’impossessano del mio mondo.
Alcune volte sogno davvero,
sogni senza tempo,
disperati, fannulloni,
e si confondono i cieli,
immensi spazi, di diversi mondi,
e non oso alzare lo sguardo,
perché vedo sempre ali senza corpi d’uccello.
Si avvicinano automi che marciano suonando
cornamuse e fanfare,
vedo orrende scene,
disperate creature,
inciampo su gente magra,
su stomaci etiopi
che dimagriscono non lontano da me.
Sogno una donna che si “cosparge” di profumo francese,
indossando diamanti,
grassa e volgare,
donna che calpesta serpenti viscidi
e urlanti.
Mi sveglio e
mi soffoca l’alba,
orrendo persino del gallo il canto.
Sono Pierrot,
ecco perché piango.












Donatemi una favola



Una notte
sognando
paesaggi marini
granelli di sabbia assopiti,
di un passato gli amori,
la rabbia di un ieri lontano
e
inermi dolori,
lacrimando
i miei occhi tacquero.
Legati rimasero,
all’angolo di una caduca esistenza.

Il cuore si spense
e
una melodia lenta
pace donò
scemandosi
lentamente
con il suono
attraverso dei piccoli ed eterni
bagliori antelucani.

Il mio sogno,
sempre meno sogno
mi ridiede il vero
in cui viviamo.
Il vero!
Questo piccolo neo,
che morde e fugge,
giocando.















La ballata del saggio


Tacciamo
alcune volte,
come bambole di pezza
infantili.

Spesso fragili
corriamo qua e là,
simili a dei cani sbandati.

Profumi di viole e d’incenso
risvegliano i nostri silenti giardini,
e le chiese di sera
perdonano
i nostri angosciosi peccati.

Frutti acerbi,
illusioni,
sbarazzine e mature,
saltellano nei mattini piovosi,
attraverso vie crudeli,
con maniere false e allegre.

La vita non è
ascoltare musica gitana,
accoppiata di un promettente amore.






















Lontano dall’uomo


Se dovessi rinascere
me ne guarderei bene…
dall’essere uomo.
Se dovessi rinascere,
vorrei volare,
vivere
come un uccello selvatico
e guardare tutto dall’alto,
spiegare le mie ali.
Volare e immaginare
solo nuvole,
essere un falco,
e considerare la terra degli uomini
un qualcosa di talmente lontano,
come se non ci fossi mai stato.



















Estate


Cadendo, le stelle
fanno sognare
belle cose,
sinuose comete,
ombrose rose.
Giacenti paesaggi
all’unisono
si uniscono,
sembra tutto un dipinto
di un artista il quadro.
Poi le lucciole
e il silenzio
ancora.
E la loro eterna voce,
notte dopo notte,
dopo i raggi.
Voce dopo il sole.
Che al mattino
tace.

















Raus
Dedicata a tutti gli stranieri



Le scritte sui muri lasciano il segno.
Sassi
e salite,
alberi e bellissimi
fili d’erba incontrai
da bambino.
Accadde tutto nei miei sogni
infantili,
nelle fredde notti tedesche.
Sui muri di periferia
Graffiti e scritti:
“ Gli stranieri fuori!”
Non era poesia,
e io da piccolo non capivo,
indifferente a quel comando, crebbi.
Ma lo straniero ero io!
Dava, forse, fastidio la mia presenza.
La mia assenza, in fondo, bene accettata.
Quelle scritte ci sono ancora,
sui muri delle nostre coscienze emigrate,
sull’animo di mio padre.




inviata da: Alessandro Gioia, mercoledì 24 marzo 2004

 

 

 

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