Erich
Maria Remarque e Marléne Dietrich
Lei era
la star tedesca più famosa del momento, lui lo scrittore più
celebrato: quando nel '30 Marlene Dietrich e Erich Maria Remarque si
conobbero erano all'apice della carriera ma la scintilla scoccò
sette anni dopo, al loro secondo incontro: fu un amore travolgente,
durato tre anni, L'autore del best-seller del 1929 “Nulla di nuovo
sul fronte occidentale” rimase fulminato dal fascino della Dietrich
che aveva allora 35 anni (e lui 39). Cupido lo trafisse, però,
solo al loro secondo incontro al Lido di Venezia, il 7 settembre 1937.
Lei era con Josef von Sternberg, il regista dell'Angelo Azzurro che
col personaggio di Lola la rese famosa nel mondo. Vista l'attrazione,
l'amico li lasciò soli e Marlene e Remarque rimasero a parlare
tutta la notte: entrambi, pur senza essere ebrei, avevano abbandonato
la Germania nazista, erano belli, eccessivi, tragici. Quando lui quella
notte le confessò di essere totalmente impotente, lei fu felice:
«Ah, che meraviglia», commentò. Lo scrittore doveva
avere intuito le propensioni lesbiche della diva. Remarque le mette
il cuore e l'ispirazione ai suoi piedi e nelle circa 300 lettere che
le scrive non arretra davanti a nessun aggettivo: dolce cuore, cielo
azzurro, piccola bionda pantera melanconica, dolce arcobaleno, delfino
all'orizzonte, Madonna del mio sangue, alcuni degli epiteti. Presto,
Remarque guarisce dall'impotenza e le frizioni con lei aumentano. Lui
soffre per il suo libertinaggio e i suoi flirt con l'attore Douglas
Fairbanks e, poi, con la miliardaria candaese Jo Castairs. «Via,
via dal puma», scrive disperato nel '38, ma è solo alla
fine del '40 che la loro relazione finì. Nel '42 Remarque le
chiese di riavere indietro le sue lettere. Le ottenne ma gliele rimandò
subito: «Impossibile toccarle...un sacrilegio, solo ciò
che si rompe resta». La risposta di Marlene fu distrutta in seguito
dalla moglie di Remarque, l'attrice Paulette Goddard. Nel carteggio
solo 20 lettere della diva sono state salvate. Ogni tanto, annota Remarque
un quarto di secolo dopo, «arrivano foto di te dai giornali: che
bello che ancora viviamo».