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Enrico Palandri

Enrico Palandri

è nato a Venezia ma vive da tempo a Londra, dove insegna Letteratura Italiana agli studenti inglesi e si abbandona alla sua penna, che produce cose di narrativa e di critica letteraria. Ha pubblicato saggi e racconti su molte riviste letterarie italiane e inglesi. Si è anche occupato di Panta, rivista letteraria di Bompiani. Dopo l’esordio con Boccalone (l'erbavoglio 1979, Feltrinelli 1988), storia d’amore amore e amore politico, ha scritto qualche altro libro di racconti, romanzi e contributi critici; anche se lui dice che non sta quasi mai senza scrivere qualcosa, i suoi titoli non abbondano di certo (cosa che ci fa sentire orgogliosi di lui), per cui possiamo anche riportarli tutti: Le pietre e il sale (Garzanti 1986), La via del ritorno (Bompiani 1990), Allegro Fantastico (Bompiani 1993), Le colpevoli ambiguità di Herbert Markus (Bompiani, 1997), Angela prende il volo (Feltrinelli, 2000), La deriva romantica (interlinea, 2002)

Scrivere è cosa impura...

Un colloquio tra Michele Weiss e Enrico Palandri a proposito del suo ultimo e importante di libro di saggi, La deriva romantica – ipotesi sulla letteratura e sulla scrittura, che nonostante sia un contributo critico illumina e non appesantisce lo stomaco


MW : Ormai è tanti anni che vivi a Londra, dove hai sposato una inglese se non erro: le hai dovuto scrivere tante lettere per conquistarla?
EP: No, direi che io Jenny non ci siamo scritti molto. Dopo poche settimane dalla prima volta che siamo usciti insieme abbiamo cominciato a vivere insieme. Una decina di anni dopo ci siamo sposati. Le uniche lettere le abbiamo scritto credo nel primo anno o forse nei primi due, quando abbiamo passato dei non lunghi periodi di separazione (io in Italia e lei a Londra)
In inglese? Che effetto fa scrivere lettere d’amore in un’altra lingua? È sempre lo stesso linguaggio amoroso o il gioco amoroso cambia a seconda della lingua e della cultura ? Sto pensando al libriccino d’amore con cui ha esordito Yukio Mishima, Ali, folgorante storia d’amore tra due cugini adolescenti, in grado di esprimere la sofferenza della passione a tutti, non solo ai giapponesi...
No, Jenny parla e scrive perfettamente l’italiano; ci siamo sempre parlati in italiano, Solo le liti sono in inglese e per fortuna non sono molte.
Com’è l’Italia vista da Londra? E gli inglesi come la vedono?
Socialmente abbiamo ovviamente molti problemi comuni; le società occidentali hanno gli stessi cicli economici, le stesse stagioni culturali (Romanticismo, avanguardia, realismo ecc.). Gli inglesi hanno un atteggiamento esterrefatto, come gli italiani, di fronte a certi fenomeni sopra le righe che ci caratterizzano. Ad esempio Berlusconi, con la varietà di problemi istituzionali che comporta (processi, conflitti di interessi ecc.); oppure certi programmi televisivi. Ma hanno in generale un grande affetto per l’Italia e per un suo dolce vivere al ritmo delle stagioni, con un gusto per i piaceri che nei paesi protestanti non esiste. Qui si lavora: bene, ma sostanzialmente si fa solo quello.
Da qualche anno si sta parlando dell’effetto che le nuove tecnologie di comunicazione digitale (internet, email, comunità virtuali, mailing list, open source, copyright, ecc.) hanno sulla creazione letteraria. Uno di quelli che ha sottolineato per primo l’aspetto rivoluzionario del digitale anche per la letteratura è stato Marshall McLuhan, cosa dici al riguardo?
Certo, oggi scriviamo al computer e tutto poi ritorna al computer, sul web. Direi che il punto centrale da capire, per i veri effetti che il digitale avrà sulle nostre società, sarà di comprende se e come modifica le comunità che utilizzano le informazioni in questo modo. In quale modo ad esempio scuola e università modificheranno il modo di studiare, se ci saranno luoghi in cui le informazioni trasmesse in questo modo coaguleranno un momento, come la presentazione di un libro, o semplicemente il fatto che lo si legge e lo si raccomanda. Queste modificazioni avverrano lungo qualche decennio ed è presto credo per dare un giudizio.
Domanda forse non facile. Parliamo dei tuoi libri: a distanza di anni, cosa ne pensi? A quale guardi con maggior soddisfazione?
L’ultimo a me pare sempre il migliore, ma non ho ovviamente né ambisco ad avere uno sguardo oggettivo. Il mio è uno sguardo partecipato e dei problemi che circondarono la costruzione di un romanzo si tende a dimenticare. Comunque mi sembrano tutti buoni libri, ognuno con dei suoi difetti particolari che ho cercato di risolvere in un libro successivo.
E la letteratura italiana come la trovi invece?
Il novecento è stato un grande secolo per il romanzo italiano. Da Svevo a noi sono cambiate così tante cose: linguisticamente abbiamo all’improvviso un italiano medio. Per il romanzo questo è importante. C’è stata una grandissima vivacità della provincia, da Trieste alla Sicilia, che ci ha portati oltre Manzoni. Anche oggi la situazione mi sembra ricca e vivace.
La deriva romantica, tuo ultimo lavoro, è un contributo di critica sulla letteratura e sulla scrittura in forma di ipotesi. Una di esse tocca il problema dello stile (questione da sempre molto dibattuta): a prima vista sembri vicino ai cosiddetti neorealisti (tra cui spiccano alcuni maestri, come il primo Calvino o il tuo amico Celati): scrivi infatti che non esiste uno stile “puro” e neanche una lingua pura, e che l’atto creativo (ma linguistico tout court), quindi, deriva da innumerevoli fattori concreti (cultura personale, eredità letterarie, quotidianità e imprevisti, ecc...) che, per semplificare un po’, portano a una specie di “empirismo letterario”: i libri vengono dalla vita e ad essa ritornano.
Le etichette vanno bene per le valigie, e per l’insegnamento. Ma il mio tentativo non è stato quello di rinnovarle, solo di mettere in movimento quello che chiami empirismo letterario, cioè un tentativo di autocoscienza di un lavoro che faccio da vent’anni.
Come hai scritto all’inizio de La deriva romantica, in altre epoche e società (l’impero austroungarico ad esempio) veniva considerato “popolo un gruppo di persone che aveva una letteratura scritta”. Forzando un po’ alcune analisi del tuo libro, verrebbe da dire che in Europa oggi un popolo (italiano, inglese, greco, serbo...) è tale in quanto dotato di apparato televisivo: uno assume la propria dimensione in base a cosa guarda alla tele. Sto esagerando?
Credo che la lingua tenga ancora più fili di quelli che si immaginano in una cultura. Però è vero che il potere su un popolo è un potere oggi soprattutto televisivo, e non solo in Italia. Io però come sai sto dall’altra parte, nella società e con gli esseri umani contro il potere.
In una Nota a fine libro scrivi ancora che “il romanzo è lo strumento per eccellenza per tentare di pensare gli uomini, le donne, la natura.” Claude Lévi-Strauss, invece, ha appena detto in un’intervista che se non proprio morto il romanzo per lui non ha più nulla da dire. Hai voglia di rispondere?
Ma non mi pare che del romanzo si sia molto occupato. Io continuo a capire molte più cose attraverso i romanzi che in altri modi, ma capisco che non sia così per tutti.
Scusa l’insistenza: alla fine sembri dirlo tu stesso quando ricordi che il grande valore consolidato del romanzo stava nel suo farsi strumento epico (culturale-linguistico), racconto di fondazione, specchio di un popolo, cosa che l’irruzione disgregante del postmoderno (per te caratterizzato soprattutto dalla separazione della produzione artistica dalla storia) ha reso quasi impossibile...

Ma non è vero. Guarda Yehoshua. Io capisco meglio dei rapporti tra palestinesi e ebrei (non perché creda a tutto quello che scrive, ma perché attraverso lui penso a questi problemi) dal suo ultimo libro che da decine di telegiornali, sempre inevitabilmente strumenti inconsapevoli di diverse propagande.
Sveliamo subito ai lettori che non sei solo scrittore e critico ma anche talent scout e resident writer di letteratura italiana alla “London University” - vivi di letteratura insomma: chi meglio di te può dare qualche consiglio a tutti gli aspiranti scrittori, di romanzi come di lettere d’amore?
La scrittura è una parte centrale della nostra vita, della emancipazione dalla barbarie, della forma stessa del nostro pensare. L’anima è per noi civilizzata fatta di scrittura. Non si deve aspirare a qualcosa di diverso da quel che si è, basta essere quello che si è e la scrittura, le lettere d’amore e in alcuni casi i romanzi, verranno.
Torniamo al fattore postmoderno: con esso la possibilità di raccontare grandi storie in forma di letteratura sembra essere finita. P. V. Tondelli, in qualche modo, ha saputo attraversare questo travaglio culturale e letterario, aprendo la letteratura italiana a quelle che oggi vengono chiamate “contaminazioni” (influenze e irruzioni di altri linguaggi, soprattutto cinema e musica, nella letteratura) e svecchiando il panorama letterario; malgrado questo, tu dici che ancora oggi (a 11 anni dalla morte) non è stato capito dalla critica, troppo legata a schemi d’interpretazione rigidi, centralisti (o Dante o morte!), già da tempo superati...
Penso che il dibattito critico sulla contemporaneistica abbia sofferto in Italia per l’emarginazione un po’ snobistica con cui la letteratura contemporanea viene trattata dagli studiosi. Ci sono buone e cattive ragioni per questo, ma il risultato è che c’è un vuoto di dibattito proprio tra gli ambienti in cui maturano certi progetti di romanzo e il mondo letterario, secondo me sempre piuttosto in ritardo su questi. Non è stato il caso solo di Tondelli, dipende secondo me da fatti piuttosto strutturali. Come è organizzata l’università, una sua certa insularità rispetto al mondo della letteratura contemporanea. Comunque non do ricette. Sarei felice di leggere e ancora di più di scrivere un grande affresco della società italiana contemporanea. Ognuno tenta le forme che è in grado di affrontare e io finora mi sono dato queste. Ma le sfide che ci lanciamo cambiano continuamente.
Veniamo al problema dello scrivere: in Italia, si sa, non legge quasi nessuno. Che senso ha per te ancora l’atto dello scrivere? Non è una pratica inevitabilmente autoreferenziale o banalmente narcisista: del tipo, scrivo per essere uno scrittore, per la (perduta) aura?
Voglio arrivare con piacere a quella appuntita citazione, nel tuo libro, di un aforisma di Nabokov, per il quale “l’unica cosa che s’impara scrivendo ogni giorno è forse togliersi di mezzo”... ma sto pensando anche all’incipit di Boccalone: “questo non è un romanzo e io non sono uno scrittore, che di stronzi è già pieno il mondo”...
Come ho detto, la lettura e la scrittura sono una disciplina interiore, un modo di strutturarsi. Questo significa anche un lavoro con la soggettività che legge e quella che vive, con il sé, e uno dei risultati di un certo percorso è il togliersi di mezzo di cui parla Nabokov. Io non credo che il narcisismo sia un grande problema. Passa con gli anni e la verifica dei propri limiti.
Proseguendo nella lettura del tuo libro, pagina dopo pagina emerge che il vero valore della scrittura, la cui essenza è la metaforicità - cioè il suo essere risposta creativa a un ordine di cose insterilito e opprimente - è il suo eccezionale potere evocativo; per cui alla fine poco importa cosa scrivi (Bibbia, Purgatorio, epistola amorosa...), ciò che conta è l’atto di creazione, giusto?

Sì, quello che conta è pensare e respirare quell’aria.
Citando Canetti, scrivi che pensare che la letteratura sia morta equivale a pensare che l’essere umano sia morto. E’ un’affermazione importante che usi per cercare di proteggere la letteratura dall’attacco di certa critica, particolarmente distruttivo: se lo stesso Leopardi non venne capito dal suo tempo, affermi, il problema è più della critica letteraria che degli autori...
Esatto. Penso con Canetti che l’idea che la letteratura sia morta sia una idea meschina. Un po’ come quei ricchi turisti che affermano snobisticamente che tutti i posti sono uguali, perché in fondo hanno guardato solo l’albergo in cui stavano. Quando non riusciamo a vedere le differenze è il nostro intelletto che si sta annebbiando.
Chi più chi meno, conosciamo tutti il neorealismo delle opere giovanili di Calvino, quelle in cui i protagonisti erano degli umili alle prese con i drammi della seconda guerra mondiale. Poi, come hai mostrato, Calvino cresce e il suo stile cambia, si allontana per così dire dalla realtà contingente. L’esempio, in fondo, vale un po’ per tutti: il Palandri di Boccalone non è certo lo stesso di Angela prende il volo ma se proviamo a forzare un po’, anche il Leopardi o l’Alighieri hanno conosciuto un’evoluzione del loro modo di scrivere. E’ questo che volevi dire, quando scrivi che la cosa che contraddistingue veramente lo scrittore, è il suo estremo soggettivismo che lo porta a scardinare l’ordine dato del mondo: ovvero, la sua deriva romantica?
Una lettura intelligente la tua, cui non avevo pensato.
E questo lo dici senza voler esaltare troppo il Romanticismo come movimento (soprattutto quello italiano, non memorabile nei suoi contenuti artistici, Manzoni in primis) ma per arrivare a quella materialità (gramsciana) della cultura e dello scrivere che tu identifichi come una betoniera, eternamente ruminante, che si apre sotto l’apparente individualità soggettiva dell’autore rivelando la sua soggetività infinita, il suo mare...
Stai scrivendo e sono contento che la betoniera contagi
La cosa che più mi ha colpito di come hai spiegato la betoniera – metafora forte e crudele, quasi orrorifica – è il suo essere potente metafora del postmoderno: la betoniera è tanto immagine alchemica (il crogiuolo) quanto residuo strutturalista e... incipit di un racconto. Impossibile univocizzare, impossibile distinguere un solo rumore, ci affidi l’omomatopeico gggggrrrrrr rotatorio in cui precipiti la tua soggettività creativa come una pallina di flipper in un’arena elettrificata.
Ecco, tutto sommato la betoniera a me sembra un luogo narrativo dove non esistono soggetto e oggetto ma semmai coesistono urtandosi ma anche fertilizzandosi a vicenda: in tal senso mi pare ultra-soggettività ma anche ultra-oggettività assoluta, in quanto relazione costitutivamente imprecisa, caotica, inafferrabile

Di nuovo lo dici meglio di quanto è riuscito a me. Sottoscrivo le tue idee. Io cerco di parlare semplicemente e direi come dici tu che il rapporto con la scrittura, che è in definitiva un rapporto con gli altri e non con se stessi, è costitutivamente impreciso, caotico, inafferrabile. Allora dovremmo curare la nostra ansia di controllo e saper volare. Cosa ne diresti di un uccello che volesse domare le correnti del cielo (mezzo bob dylan qui…)
Eccoci forse vicini al noyau del tuo modo di “sentire” il postmoderno in letteratura: non più soggetto, non più oggetto, ma lo stesso testo che si autogenera nel vortice della betoniera, liquidando alla fine l’autore ma forse anche il lettore: dove l’uno e dove l’altro?
Non stiamo tutti in fondo cercando di capire tondellianamente che un certo tipo di letteratura (e di mondo) è finito da un pezzo ma che continuiamo a fingere che non sia successo un bel niente?

Ma questo finire è a sua volta un rigenerarci in altre forme. Non sentire solo l’angoscia mortifera della fine dei generi, lasciati attraversare dalle energie che, sfuggite a quelle vecchie forme, costruiscono in te il nuovo. Scrivere è una disciplina, ma una disciplina aperta.

Grazie

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