MW
: Ormai è tanti anni che vivi a Londra, dove hai sposato
una inglese se non erro: le hai dovuto scrivere tante lettere per
conquistarla?
EP: No, direi che
io Jenny non ci siamo scritti molto. Dopo poche settimane dalla
prima volta che siamo usciti insieme abbiamo cominciato a vivere
insieme. Una decina di anni dopo ci siamo sposati. Le uniche lettere
le abbiamo scritto credo nel primo anno o forse nei primi due, quando
abbiamo passato dei non lunghi periodi di separazione (io in Italia
e lei a Londra)
In inglese? Che effetto fa scrivere lettere d’amore
in un’altra lingua? È sempre lo stesso linguaggio amoroso
o il gioco amoroso cambia a seconda della lingua e della cultura
? Sto pensando al libriccino d’amore con cui ha esordito Yukio
Mishima, Ali, folgorante storia d’amore tra due cugini adolescenti,
in grado di esprimere la sofferenza della passione a tutti, non
solo ai giapponesi...
No, Jenny parla e scrive perfettamente l’italiano; ci siamo
sempre parlati in italiano, Solo le liti sono in inglese e per fortuna
non sono molte.
Com’è l’Italia vista da Londra? E gli
inglesi come la vedono?
Socialmente abbiamo ovviamente molti problemi comuni;
le società occidentali hanno gli stessi cicli economici,
le stesse stagioni culturali (Romanticismo, avanguardia, realismo
ecc.). Gli inglesi hanno un atteggiamento esterrefatto, come gli
italiani, di fronte a certi fenomeni sopra le righe che ci caratterizzano.
Ad esempio Berlusconi, con la varietà di problemi istituzionali
che comporta (processi, conflitti di interessi ecc.); oppure certi
programmi televisivi. Ma hanno in generale un grande affetto per
l’Italia e per un suo dolce vivere al ritmo delle stagioni,
con un gusto per i piaceri che nei paesi protestanti non esiste.
Qui si lavora: bene, ma sostanzialmente si fa solo quello.
Da qualche anno si sta parlando dell’effetto che le
nuove tecnologie di comunicazione digitale (internet, email, comunità
virtuali, mailing list, open source, copyright, ecc.) hanno sulla
creazione letteraria. Uno di quelli che ha sottolineato per primo
l’aspetto rivoluzionario del digitale anche per la letteratura
è stato Marshall McLuhan, cosa dici al riguardo?
Certo, oggi scriviamo al computer e tutto poi ritorna al computer,
sul web. Direi che il punto centrale da capire, per i veri effetti
che il digitale avrà sulle nostre società, sarà
di comprende se e come modifica le comunità che utilizzano
le informazioni in questo modo. In quale modo ad esempio scuola
e università modificheranno il modo di studiare, se ci saranno
luoghi in cui le informazioni trasmesse in questo modo coaguleranno
un momento, come la presentazione di un libro, o semplicemente il
fatto che lo si legge e lo si raccomanda. Queste modificazioni avverrano
lungo qualche decennio ed è presto credo per dare un giudizio.
Domanda forse non facile. Parliamo dei tuoi libri: a distanza
di anni, cosa ne pensi? A quale guardi con maggior soddisfazione?
L’ultimo a me pare sempre il migliore, ma non ho ovviamente
né ambisco ad avere uno sguardo oggettivo. Il mio è
uno sguardo partecipato e dei problemi che circondarono la costruzione
di un romanzo si tende a dimenticare. Comunque mi sembrano tutti
buoni libri, ognuno con dei suoi difetti particolari che ho cercato
di risolvere in un libro successivo.
E la letteratura italiana come la trovi invece?
Il novecento è stato un grande secolo per il romanzo
italiano. Da Svevo a noi sono cambiate così tante cose: linguisticamente
abbiamo all’improvviso un italiano medio. Per il romanzo questo
è importante. C’è stata una grandissima vivacità
della provincia, da Trieste alla Sicilia, che ci ha portati oltre
Manzoni. Anche oggi la situazione mi sembra ricca e vivace.
La deriva romantica, tuo ultimo lavoro, è un contributo
di critica sulla letteratura e sulla scrittura in forma di ipotesi.
Una di esse tocca il problema dello stile (questione da sempre molto
dibattuta): a prima vista sembri vicino ai cosiddetti neorealisti
(tra cui spiccano alcuni maestri, come il primo Calvino o il tuo
amico Celati): scrivi infatti che non esiste uno stile “puro”
e neanche una lingua pura, e che l’atto creativo (ma linguistico
tout court), quindi, deriva da innumerevoli fattori concreti (cultura
personale, eredità letterarie, quotidianità e imprevisti,
ecc...) che, per semplificare un po’, portano a una specie
di “empirismo letterario”: i libri vengono dalla vita
e ad essa ritornano.
Le etichette vanno bene per le valigie, e per l’insegnamento.
Ma il mio tentativo non è stato quello di rinnovarle, solo
di mettere in movimento quello che chiami empirismo letterario,
cioè un tentativo di autocoscienza di un lavoro che faccio
da vent’anni.
Come hai scritto all’inizio de La deriva
romantica, in altre epoche e società (l’impero austroungarico
ad esempio) veniva considerato “popolo un gruppo di persone
che aveva una letteratura scritta”. Forzando un po’
alcune analisi del tuo libro, verrebbe da dire che in Europa oggi
un popolo (italiano, inglese, greco, serbo...) è tale in
quanto dotato di apparato televisivo: uno assume la propria dimensione
in base a cosa guarda alla tele. Sto esagerando?
Credo che la lingua tenga ancora più fili di quelli
che si immaginano in una cultura. Però è vero che
il potere su un popolo è un potere oggi soprattutto televisivo,
e non solo in Italia. Io però come sai sto dall’altra
parte, nella società e con gli esseri umani contro il potere.
In una Nota a fine libro scrivi ancora che “il romanzo
è lo strumento per eccellenza per tentare di pensare gli
uomini, le donne, la natura.” Claude Lévi-Strauss,
invece, ha appena detto in un’intervista che se non proprio
morto il romanzo per lui non ha più nulla da dire. Hai voglia
di rispondere?
Ma non mi pare che del romanzo si sia molto occupato. Io
continuo a capire molte più cose attraverso i romanzi che
in altri modi, ma capisco che non sia così per tutti.
Scusa l’insistenza: alla fine sembri dirlo tu stesso quando
ricordi che il grande valore consolidato del romanzo stava nel suo
farsi strumento epico (culturale-linguistico), racconto di fondazione,
specchio di un popolo, cosa che l’irruzione disgregante del
postmoderno (per te caratterizzato soprattutto dalla separazione
della produzione artistica dalla storia) ha reso quasi impossibile...
Ma non è vero. Guarda Yehoshua. Io capisco meglio dei rapporti
tra palestinesi e ebrei (non perché creda a tutto quello
che scrive, ma perché attraverso lui penso a questi problemi)
dal suo ultimo libro che da decine di telegiornali, sempre inevitabilmente
strumenti inconsapevoli di diverse propagande.
Sveliamo subito ai lettori che non sei solo scrittore e
critico ma anche talent scout e resident writer di letteratura italiana
alla “London University” - vivi di letteratura insomma:
chi meglio di te può dare qualche consiglio a tutti gli aspiranti
scrittori, di romanzi come di lettere d’amore?
La scrittura è una parte centrale della nostra
vita, della emancipazione dalla barbarie, della forma stessa del
nostro pensare. L’anima è per noi civilizzata fatta
di scrittura. Non si deve aspirare a qualcosa di diverso da quel
che si è, basta essere quello che si è e la scrittura,
le lettere d’amore e in alcuni casi i romanzi, verranno.
Torniamo al fattore postmoderno: con esso la possibilità
di raccontare grandi storie in forma di letteratura sembra essere
finita. P. V. Tondelli, in qualche modo, ha saputo attraversare
questo travaglio culturale e letterario, aprendo la letteratura
italiana a quelle che oggi vengono chiamate “contaminazioni”
(influenze e irruzioni di altri linguaggi, soprattutto cinema e
musica, nella letteratura) e svecchiando il panorama letterario;
malgrado questo, tu dici che ancora oggi (a 11 anni dalla morte)
non è stato capito dalla critica, troppo legata a schemi
d’interpretazione rigidi, centralisti (o Dante o morte!),
già da tempo superati...
Penso che il dibattito critico sulla contemporaneistica
abbia sofferto in Italia per l’emarginazione un po’
snobistica con cui la letteratura contemporanea viene trattata dagli
studiosi. Ci sono buone e cattive ragioni per questo, ma il risultato
è che c’è un vuoto di dibattito proprio tra
gli ambienti in cui maturano certi progetti di romanzo e il mondo
letterario, secondo me sempre piuttosto in ritardo su questi. Non
è stato il caso solo di Tondelli, dipende secondo me da fatti
piuttosto strutturali. Come è organizzata l’università,
una sua certa insularità rispetto al mondo della letteratura
contemporanea. Comunque non do ricette. Sarei felice di leggere
e ancora di più di scrivere un grande affresco della società
italiana contemporanea. Ognuno tenta le forme che è in grado
di affrontare e io finora mi sono dato queste. Ma le sfide che ci
lanciamo cambiano continuamente.
Veniamo al problema dello scrivere: in Italia, si sa, non
legge quasi nessuno. Che senso ha per te ancora l’atto dello
scrivere? Non è una pratica inevitabilmente autoreferenziale
o banalmente narcisista: del tipo, scrivo per essere uno scrittore,
per la (perduta) aura?
Voglio arrivare con piacere a quella appuntita citazione, nel tuo
libro, di un aforisma di Nabokov, per il quale “l’unica
cosa che s’impara scrivendo ogni giorno è forse togliersi
di mezzo”... ma sto pensando anche all’incipit di Boccalone:
“questo non è un romanzo e io non sono uno scrittore,
che di stronzi è già pieno il mondo”...
Come ho detto, la lettura e la scrittura sono una disciplina
interiore, un modo di strutturarsi. Questo significa anche un lavoro
con la soggettività che legge e quella che vive, con il sé,
e uno dei risultati di un certo percorso è il togliersi di
mezzo di cui parla Nabokov. Io non credo che il narcisismo sia un
grande problema. Passa con gli anni e la verifica dei propri limiti.
Proseguendo nella lettura del tuo libro, pagina dopo pagina emerge
che il vero valore della scrittura, la cui essenza è la metaforicità
- cioè il suo essere risposta creativa a un ordine di cose
insterilito e opprimente - è il suo eccezionale potere evocativo;
per cui alla fine poco importa cosa scrivi (Bibbia, Purgatorio,
epistola amorosa...), ciò che conta è l’atto
di creazione, giusto?
Sì, quello che conta è pensare e respirare quell’aria.
Citando Canetti, scrivi che pensare che la letteratura sia
morta equivale a pensare che l’essere umano sia morto. E’
un’affermazione importante che usi per cercare di proteggere
la letteratura dall’attacco di certa critica, particolarmente
distruttivo: se lo stesso Leopardi non venne capito dal suo tempo,
affermi, il problema è più della critica letteraria
che degli autori...
Esatto. Penso con Canetti che l’idea che la letteratura sia
morta sia una idea meschina. Un po’ come quei ricchi turisti
che affermano snobisticamente che tutti i posti sono uguali, perché
in fondo hanno guardato solo l’albergo in cui stavano. Quando
non riusciamo a vedere le differenze è il nostro intelletto
che si sta annebbiando.
Chi più chi meno, conosciamo tutti il neorealismo
delle opere giovanili di Calvino, quelle in cui i protagonisti erano
degli umili alle prese con i drammi della seconda guerra mondiale.
Poi, come hai mostrato, Calvino cresce e il suo stile cambia, si
allontana per così dire dalla realtà contingente.
L’esempio, in fondo, vale un po’ per tutti: il Palandri
di Boccalone non è certo lo stesso di Angela prende il volo
ma se proviamo a forzare un po’, anche il Leopardi o l’Alighieri
hanno conosciuto un’evoluzione del loro modo di scrivere.
E’ questo che volevi dire, quando scrivi che la cosa che contraddistingue
veramente lo scrittore, è il suo estremo soggettivismo che
lo porta a scardinare l’ordine dato del mondo: ovvero, la
sua deriva romantica?
Una lettura intelligente la tua, cui non avevo pensato.
E questo lo dici senza voler esaltare troppo il Romanticismo
come movimento (soprattutto quello italiano, non memorabile nei
suoi contenuti artistici, Manzoni in primis) ma per arrivare a quella
materialità (gramsciana) della cultura e dello scrivere che
tu identifichi come una betoniera, eternamente ruminante, che si
apre sotto l’apparente individualità soggettiva dell’autore
rivelando la sua soggetività infinita, il suo mare...
Stai scrivendo e sono contento che la betoniera contagi
La cosa che più mi ha colpito di come hai spiegato
la betoniera – metafora forte e crudele, quasi orrorifica
– è il suo essere potente metafora del postmoderno:
la betoniera è tanto immagine alchemica (il crogiuolo) quanto
residuo strutturalista e... incipit di un racconto. Impossibile
univocizzare, impossibile distinguere un solo rumore, ci affidi
l’omomatopeico gggggrrrrrr rotatorio in cui precipiti la tua
soggettività creativa come una pallina di flipper in un’arena
elettrificata.
Ecco, tutto sommato la betoniera a me sembra un luogo narrativo
dove non esistono soggetto e oggetto ma semmai coesistono urtandosi
ma anche fertilizzandosi a vicenda: in tal senso mi pare ultra-soggettività
ma anche ultra-oggettività assoluta, in quanto relazione
costitutivamente imprecisa, caotica, inafferrabile
Di nuovo lo dici meglio di quanto è riuscito a me. Sottoscrivo
le tue idee. Io cerco di parlare semplicemente e direi come dici
tu che il rapporto con la scrittura, che è in definitiva
un rapporto con gli altri e non con se stessi, è costitutivamente
impreciso, caotico, inafferrabile. Allora dovremmo curare la nostra
ansia di controllo e saper volare. Cosa ne diresti di un uccello
che volesse domare le correnti del cielo (mezzo bob dylan qui…)
Eccoci forse vicini al noyau del tuo modo di “sentire”
il postmoderno in letteratura: non più soggetto, non più
oggetto, ma lo stesso testo che si autogenera nel vortice della
betoniera, liquidando alla fine l’autore ma forse anche il
lettore: dove l’uno e dove l’altro?
Non stiamo tutti in fondo cercando di capire tondellianamente che
un certo tipo di letteratura (e di mondo) è finito da un
pezzo ma che continuiamo a fingere che non sia successo un bel niente?
Ma questo finire è a sua volta un rigenerarci in altre forme.
Non sentire solo l’angoscia mortifera della fine dei generi,
lasciati attraversare dalle energie che, sfuggite a quelle vecchie
forme, costruiscono in te il nuovo. Scrivere è una disciplina,
ma una disciplina aperta.
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